Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
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L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici per l’economia americana, in pochi mesi raccoglie il materiale, scrive e pubblica questo libro: una storia delle varie concezioni e racconti utopici che si sono succeduti nel corso dei secoli, da Platone fino al XIX secolo.

PERCHÉ L’UTOPIA? Perchè affrontare un tema del genere? Secondo Mumford, quando Tommaso Moro ha coniato il termine “utopia” per la sua opera, l’inglese era ben cosciente che vi fossero due implicazioni terminologiche al suo interno. Esso può significare sia “eu-topia” (dal greco “buon posto”), sia “ou-topia” (cioè “nessun posto”). Ricollegandosi a questa distinzione, l’americano spiega la sua teoria secondo cui l’uomo viva costantemente in due mondi diversi: il mondo esterno e il mondo interno, e che in quest’ultimo vi abiti un’utopia della fuga o una di ricostruzione.

IL MONDO ESTERNO. È il mondo che ci circonda, la realtà che permea la nostra quotidianità. Il mondo esterno è la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra scuola o la nostra palestra. Le relazioni che abbiamo con gli altri, gli impegni che accompagnano lo scorrere delle ore, insomma, tutto ciò che porta la nostra attenzione e i nostri sensi fuori dall’interiorità. Questo mondo “fisico” è definito e inevitabile, è concreto nei suoi limiti come nelle sue possibilità.

IL MONDO INTERNO. Rappresenta il nostro mondo delle idee, il luogo recondito della nostra mente in cui custodiamo speranze, desideri, opinioni, progetti, categorie di pensiero e tutto ciò che funge da modello di comportamento. Il mondo interno registra le manchevolezze che osserviamo dal mondo esterno e le rielabora in sogni o aspirazioni. L’intuizione di Mumford è quella di sostenere che tale mondo ideale è reale tanto quanto quello esteriore. Infatti, le persone plasmano le loro azioni e agiscono a seconda di quello che è contenuto nel loro mondo interno (che sia un’idea, una teoria o una superstizione).

CHE UTOPIA HAI? Quando parliamo di aspirazioni racchiuse nel mondo interiore, Mumford spiega, queste altro non sono se non la nostra utopia. Nessuno può vivere senza, così come nessuno può evitare il contatto con la realtà: “solo con una ben determinata disciplina – quella che può seguire un asceta indù o un uomo d’affari americano – uno dei due mondi può essere cancellato dalla coscienza” (p.14, ed.Feltrinelli 2017). L’unica alternativa che abbiamo non è dunque scegliere tra vivere con o senza utopia, ma decidere quale utopia fare propria. Per lo scrittore americano, l’alternativa è tra l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione.

L’UTOPIA DELLA FUGA. Il suo tratto caratteristico è che lascia il mondo esterno così com’è e spinge l’uomo a ricondursi negativamente in se stesso. Fa sì che un uomo si accontenti di immaginare una vita diversa, una società diversa, un marito o una moglie diversi, ma non intervenga minimamente per cambiare la propria condizione di frustrazione. Mumford fa l’esempio del poster della bella donna nuda in qualche officina, ma, portata alle estreme conseguenze, si potrebbe utilizzare come esempio dell’utopia della fuga la dipendenza da droga o da alcol. Il mondo della fuga è chiuso, immutabile, non ha margine di miglioramento, perchè è perfetto così com’è, al contrario del mondo esterno visto come irreparabilmente corrotto e, dunque, altrettanto immodificabile. Tra il mondo interno e quello esterno vi è una incomunicabilità di fondo e una cesura incolmabile.

L’UTOPIA DELLA RICOSTRUZIONE. È l’ago magnetico che ha mosso i grandi inventori, gli innovatori, gli esploratori, coloro che partendo da un sogno hanno cambiato il mondo. Quest’utopia tiene conto della realtà che ci circonda ma non ne è soddisfatta e quindi cerca di migliorarla, di apportare a essa le migliorie che si vorrebbero veder realizzate. Ciò che è implicito nel concetto di ricostruzione è proprio la perfittibilità dell’idea: ricostruire il proprio ambiente e renderlo fertile per ulteriori sviluppi. E con ambiente ricostruito si intende non solo il mondo fisico, ma le sue relazioni, le sue abitudini e i suoi valori. In questo caso, l’utopia e il mondo esterno sono in continuo dialogo tra loro: il mondo interno lavora infaticabilmente per trovare spunti di sviluppo, mentre il mondo esterno ne riceve gli stimoli e ne viene plasmato più o meno felicemente.

L’OPINIONE DI MUMFORD. Ovviamente, quest’ultima è considerata l’utopia più utile, migliore sia per colui o colei che la sperimenta sia per chi lo circonda. Solo revocando a sé il diritto di poter far comunicare le proprie aspirazioni con il mondo, esso può veramente essere cambiato. Nella sua prefazione del 1962 (ben 33 anni dopo la prima edizione), scrive:

La mia utopia è la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali. Per me il passato è origine di utopie come lo è il futuro; e lo scambievole gioco fra tutti quanti questi aspetti dell’esistenza, compresi quelli che non si possono esattamente formulare o afferrare, costituiscono per me una realtà che va al di là di qualunque cosa ci si possa prefigurare con l’uso della sola intelligenza.

COME REALIZZARE QUEST’UTOPIA? Facile. Iniziamo a cambiare le nostre abitudini negative. Cos’è che non ci piace? Cos’è che vorremmo cambiare nei rapporti con gli altri o nel quartiere dove viviamo? Applichiamoci per introdurre un cambiamento reale, che parta innanzitutto dal nostro stare al mondo. Convertiamo le nostre utopie di fuga in utopie di ricostruzione. Convinciamoci della realtà dell’utopia e ricordiamoci, con le parole di Mumford, che “noi viaggiamo attraverso l’utopia solo al fine di superarla”.

 

9 pensieri riguardo “Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

  1. Queste opinioni mi appaiono omologhe a quelle di Jung relativamente ai “tipi psicologici” – ma solo in merito alla mancanza di “utopia”. Ci sono gli estremi dell’introversione e dell’estroversione, in cui si è paralizzati nell’agire per un mondo nuovo (utopico) o per troppo “pensiero” (l’introversione massima) o per un eccessivo legame-dipendenza verso l’esterno. Coloro che, invece, riescono a raggiungere un equilibrio dinamico tra i due atteggiamenti fondamentali rispetto all’esterno si caratterizzano o per un’utopico cambiamento del mondo nella sua universalità (introverso) o per una modifica parziale della realtà esterna allo scopo di raggiungere un miglior adattamento reciproco tra il mondo e l’io. In sostanza, penso che la vera “utopia” appartenga all’uomo introverso, il quale, introiettando il mondo nella propria interiorità lo decodifica e tenta di riplasmarlo secondo le proprie esigenze. Diciamo che l’introverso ha un “modello”, un archetipo, irrealizzabile nella sua totalità, a cui però fare costantemente riferimento per il proprio agire, similmente al “tu devi” kantiano che induce l’uomo ad approssimarsi indefinitamente al “sommo bene” che, pur senza mai essere raggiunto, fa da sprone alla realizzazione piena della propria essenza umana.

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  2. L’ha ribloggato su e ha commentato:
    Queste opinioni mi appaiono omologhe a quelle di Jung relativamente ai “tipi psicologici” – ma solo in merito alla mancanza di “utopia”. Ci sono gli estremi dell’introversione e dell’estroversione, in cui si è paralizzati nell’agire per un mondo nuovo (utopico) o per troppo “pensiero” (l’introversione massima) o per un eccessivo legame-dipendenza verso l’esterno. Coloro che, invece, riescono a raggiungere un equilibrio dinamico tra i due atteggiamenti fondamentali rispetto all’esterno si caratterizzano o per un’utopico cambiamento del mondo nella sua universalità (introverso) o per una modifica parziale della realtà esterna allo scopo di raggiungere un miglior adattamento reciproco tra il mondo e l’io. In sostanza, penso che la vera “utopia” appartenga all’uomo introverso, il quale, introiettando il mondo nella propria interiorità lo decodifica e tenta di riplasmarlo secondo le proprie esigenze. Diciamo che l’introverso ha un “modello”, un archetipo, irrealizzabile nella sua totalità, a cui però fare costantemente riferimento per il proprio agire, similmente al “tu devi” kantiano che induce l’uomo ad approssimarsi indefinitamente al “sommo bene” che, pur senza mai essere raggiunto, fa da sprone alla realizzazione piena della propria essenza umana.

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  3. Che articolo interessante! Conoscevo il concetto di Utopia e Tommaso Moro, ma non Mumford. Devo dire che gli do ragione in tutto e per tutto. E’ nelle nostre mani il compito di migliorare i nostri mondi personali, non bisognerebbe mai dimenticarlo. Complimenti per il pezzo 🙂

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  4. Sarebbe bello leggere qualcosa!
    Io sono un po’ scettica; sicuramente è vero che la seconda utopia è proficua perché è la più costruttiva, ma io credo che non si possa costruire(e capire davvero cosa non va) se non si sa vivere anche l’altra faccia dell’utopia, quella di stanchezza, disgusto, depressione. Io credo che l’educazione che da sempre ci è impartita (lo dico senza giudizio di sostanza, è una pura presa d’atto) tenda ad esorcizzare il malessere. In un modo o nell’altro, dobbiamo sempre “andare avanti”, sempre essere proattivi e resilienti. La resilienza è diventata la parola più importante nel lessico psicologico del secolo. Ma la fragilità è necessaria e a volte inevitabile, e non si può fare altro che accettarla. C’è bisogno d’inverno, a volte. Lo dico perché mi è arrivata più la componente positiva e “interventista” del pensiero di Mumford, che è importante, non lo nego, ma da sola non esaustiva (secondo me).

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    1. Il tuo discorso è molto logico e penso si possa dire che per Mumford anche l’utopia della ricostruzione parta da un disgusto della realtà, solo che si differenzia dall’altra per gli esiti. Se ti interessa l’argomento, ti consiglio anche “Ideologia e Utopia” di Karl Mannheim. E’ un sociologo tedesco influenzato dal marxismo che scrive questo testo nel 1929 (interessante perché critica sia fascismo sia comunismo) e sostiene che non esistano altre utopie se non quelle che, secondo il lessico di Mumford, chiamiamo “della ricostruzione”. Ogni utopia, secondo lui, si oppone alla realtà e la vuole cambiare. Tuttavia, ogni volta che un’utopia raggiunge il suo scopo, si trasforma automaticamente nell’ideologia dominante (ecco perché critica i due sistemi di potere cui accennavo prima). Insomma, pensiamo positivo! XD

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