“The Place” di Paolo Genovese

Ieri ho finalmente visto il nuovo film di Paolo Genovese e ho deciso di dare inizio alla sezione dedicata al cinema e alle serie con questa pellicola. La mia non sarà una recensione tecnica (per questo tipo di resoconto vi rimando a quella di Boris Sollazzo su Rolling Stone, che ho trovato senza dubbio la migliore di quelle in rete), sarà piuttosto una considerazione di carattere teoretico. Non mi occuperò della grammatica dell’opera, ma del contenuto delle sue proposizioni cinematografiche.

Riporto qui velocemente la trama, per permettere anche a chi non ha visto il film di poter seguire la mia riflessione:

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Sebbene l’uomo dichiari di non affidare a nessuno compiti impossibili, ognuna delle sue richieste implica di andare contro tutti i principi etici. (Fonte Wikipedia)

***ALERT SPOILER***
QUESTA RECENSIONE CONTIENE NOTIZIE CHE SVELANO LA TRAMA DEL FILM

IL GENERE. Partiamo dalle cose semplici. Che tipo di film è The Place? Si tratta di un dramma etico, cioè una tragedia che ha al centro un discorso etico (in questo caso forse più d’uno). Questo genere aiuta l’autore ad affrontare in poco più di un’ora tematiche che nella versione originale dell’opera (la serie tv The Boot at the End) necessitano di due intere stagioni. Il fine del dramma etico, infatti, non è quello di intrattenere gli spettatori con una serie di peripezie in grado di far tenere il fiato sospeso, ma quello di suscitare nel pubblico una serie di domande morali cui, in realtà, non spetta sempre all’autore dare una risposta precisa. La trama, quindi, è funzionale alla rappresentazione dei caratteri etici, non deve sorprenderci, può essere prevedibile e ha l’unico compito di fornire uno sfondo su cui i personaggi evolvono con le loro scelte.

IL PALCOSCENICO. L’ambientazione del film, da alcuni criticata per l’eccessiva spersonalizzazione, è la longa manus di questo genere.  Tutta la pellicola si svolge all’interno di un bar, The Place; tutta l’azione si svolge a un tavolino, in cui Mastandrea dialoga di volta in volta con i protagonisti che portano avanti la trama attraverso i loro racconti. Il motivo di questa scelta è essenzialmente il carattere universale che Genovese vuole dare al film: questo dramma non ha bisogno di un contesto, né di una specificazione geografica, sociale o temporale, perché il nucleo fondamentale del discorso etico si ripropone di generazione in generazione dall’inizio dei tempi (letteralmente, basta pensare alla narrazione biblica e alla storia di Lucifero o di Adamo ed Eva) e si riproporrà fino a che un essere dotato di libero arbitrio abiterà l’universo. Non c’è bisogno di sapere se i personaggi siano italiani, se appartengano al ventunesimo secolo o se provengano da una famiglia ricca o povera, davanti all’uomo che offre la possibilità di realizzare i propri desideri potrebbe esserci un antico romano, una dama inglese di fine Ottocento o un samurai del periodo Edo. Potremmo esserci anche noi.

IL TEMA. Scegliere ha un costo. Ma qual è il prezzo della libertà? Ogni personaggio è posto di fronte a un problema: qualcosa nella sua vita non va per il verso che a lui pare quello giusto. Così si rivolge a chi è in grado di dare una possibilità di cambiamento per il verso desiderato. A ogni situazione, vissuta come innaturale e ingiusta, corrisponde un’azione che va contro la natura del dato personaggio (a una suora che ha perso Dio viene chiesto di rimanere incinta, a un cieco che vuole riacquistare la vista per amare viene chiesto di violentare una donna, a una donna che vuole che suo marito la ami perdutamente viene chiesto di distruggere una coppia di sposi, a un uomo che vuole una donna bellissima da “usare” per un rapporto sessuale senza amore viene chiesto di difendere una bambina, a un uomo che vuole guarire la malattia di suo figlio viene chiesto di uccidere la figlia di un altro uomo, a una donna che vuole salvare la vita dell’anziano marito viene chiesto di fare una strage con una bomba e così via…). Di fronte all’opportunità di ottenere ciò che si vuole, tramite atti contrari ai propri principi, si profila la scelta più dolorosa di tutte: accettare la drammatica realtà o agire contro se stessi per cambiarla? Qui a scontrarsi non sono due semplici opzioni, ma due concezioni di libertà diametralmente opposte. La prima interpreta la libertà come “poter-cambiare”, potersi imporre con la propria volontà su ciò che ci capita, laddove l’accettazione è invece vista come pura passività. La seconda è la libertà di prendere su di sé il peso della propria vita e portarlo nonostante tutto. Sebbene solo la prima sembri comportare una certa attività da parte di chi compie la scelta, anche la seconda implica un’attività, meno evidente della libertà di “poter-cambiare” ma altrettanto potente nelle sue conseguenze. Qual è la scelta più dolorosa? Difficile dirlo. Perché nel primo caso, lo scotto da pagare è la propria anima; nel secondo, il dover accettare che non tutto è sotto il nostro controllo e il doversi convincere che nella vita nulla è mai perfetto. Il dramma etico si gioca tutto qui.

IL VINCITORE. L’unico personaggio che mi appare il vero vincitore è Marcella, interpretata dalla Lazzaroni. Il motivo è semplice: è l’unica che prende coscienza dell’importanza di rimanere sempre fedeli a se stessi e per questo sceglie di non agire, di non cambiare il corso degli eventi. Epica la considerazione che fa nel dialogo finale con Mastandrea, in cui spiega che, se anche fosse riuscita a far tornare quello di prima il marito malato di Alzheimer, lei non avrebbe più potuto tornare come quella di prima dopo aver compiuto una strage. Quale senso ha recuperare un rapporto se poi l’equilibrio che lo reggeva in precedenza risulta irrimediabilmente spezzato dalle nostre azioni? Non è a caso che sia proprio lei l’ultima tra i protagonisti a concludere il suo rapporto con l’uomo di The Place. È vero, è anche l’unica che non ottiene ciò che vuole, ma è proprio questo a rendere il suo personaggio ancora più eroico. Il padre del bambino malato, anche se sceglie di non uccidere, non sperimenta fino in fondo le conseguenze della sua scelta (mi riferisco alla miracolosa guarigione di suo figlio che ribalta inaspettatamente il corso degli eventi). Il suo personaggio costituisce l’eccezione alla regola e per questo non è un personaggio esemplare. Lo stesso si può dire del controverso poliziotto, che stipula più di un accordo ma che alla fine si redime.

L’UOMO DEL TAVOLO OVVERO LA POTENZA DELLA REDENZIONE. Infine, un’ultima parola va spesa sul personaggio di Mastandrea. Devo ammettere che mi è piaciuto il fatto che non si capisca fino in fondo chi sia o per “chi” lavori (il diavolo?), questo rende il film una pellicola accoglibile da tutti e non un film confessionale. C’è poi da dire che, grazie al suo personaggio, Genovese è stato in grado di dare una svolta positiva a quella che fino agli sgoccioli è stata una vera e propria tragedia. Stanco degli orrori di cui è in parte artefice e in parte testimone, l’uomo di Mastandrea si domanda se dopo tanto male sia possibile ricominciare, gli viene risposto di sì. A rispondere in questo modo è Angela, personaggio tanto enigmatico quanto quello di Mastandrea, che invece di “dar da mangiare ai mostri” cerca solo “l’amore”. Ma non vi racconterò oltre… se volete sapere i particolari, dovete andare a vedere il film!

LO CONSIGLI? Certo che sì. Che piaccia o no, è un film che va visto.

Guarda il trailer di The Place

6 pensieri riguardo ““The Place” di Paolo Genovese

  1. È un film che mi interesserebbe vedere e l’idea mi incuriosisce. Certo, dipende da come sono stati trattati i temi non solo in linea generale ma anche attraverso piccoli particolari narrativi e “tecnici” che nel cinema definiscono la differenza fra bel film e pellicola didascalica, ma aver affrontato il problema di libertà e responsabilità con una narrazione apparentemente fantastica è un bel segnale di vitalità per il cinema italiano. Da troppi anni i nostri film non avevano il coraggio di interrogare davvero lo spettatore, fatte poche eccezioni naturalmente.

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    1. Lo consiglio vivamente. Può non piacere, ma merita di essere visto, se non altro per la scelta coraggiosa di fare un film del genere in Italia, dove tirano soprattutto commedie e commediacce.

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      1. In verità mi sembra che qualcosa si stia sbloccando, anche perché Hollywood secondo me nei prossimi anni perderà molti colpi e, pur restando un’industria economicamente forte, non avrà più la capacità di fare film che tematizzano problemi seri, a mio avviso per la sostanziale opera di censura dei social justice warriors. Penso ai recenti Lo chiamavano Jeeg Robot o al film di The Jackal, alla produzione televisiva Sirene, ma anche solo all’ormai vecchio Magnifica Presenza: tutti segnali che il cinema italiano sta tornando a raccontare il fantastico, il macabro, il violento e il disperato e perde lentamente remore nell’usare linguaggi diversi dalla commedia (?) borghese.

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