Mamme si diventa #7 Battesimo e dintorni

Questo è forse uno degli argomenti più delicati per i neogenitori. Il Battesimo rappresenta un atto pubblico in cui la nuova famiglia chiede l’ingresso del proprio bambino all’interno della comunità dei credenti. In linea generale, dovrebbe essere un momento di gioia e di condivisione; tuttavia, capita che si vengano a creare una marea di problemi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento. Vediamo insieme alcuni argomenti che rischiano di trasformarlo in un inferno…

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La parrocchia: la tua, la mia o la nostra? La chiesa dove battezzare il proprio figlio dovrebbe essere quella di riferimento, cioè la parrocchia. Però, se avete alle spalle una bella storia parrocchiale e vi siete trasferiti in un altro quartiere, è possibile che uno dei due o entrambi vogliate battezzare il bambino nella vostra ex-parrocchia. Non c’è una regola da seguire pedissequamente. Ci sono genitori che, volendo a ogni costo un sacerdote specifico, organizzano il battesimo anche in chiese che non c’entrano nulla con la loro storia di fede. La cosa importante è che vi ricordiate che la parrocchia dove battezzerete vostro figlio sarà quella dove verrà registrato.

Il vestito. Per molti di voi non costituirà un motivo di discussione, ma in alcune famiglie si tramandano da generazioni vestitini appartenuti alla nonna del trisnonno. Cosa fare se uno di voi due non vuole farlo indossare al bambino? Se l’imposizione è solo da parte di una coppia di nonni, mentre i genitori sono d’accordo nel non volerglielo fare indossare, la soluzione è facile: cari mamma e papà, trovate il coraggio di dirlo apertamente. Siete voi i genitori e avete tutto il diritto di vestire vostro figlio come vi pare e piace. Se, invece, non siete portati alla discussione e volete trovare un compromesso, potete fare come ha fatto una mia amica: mettete il vestitino “della tradizione” per fare le foto o per la cerimonia. Se, invece, è uno di voi due a voler far indossare l’abitino, mentre l’altro non è molto d’accordo, cercate di parlarne. Spiegate i vostri motivi e ascoltate quelli dell’altro. Se nessuno dei due vuole cedere di un millimetro, cercate di arrivare almeno a un compromesso. Sappiate che prima o poi il bambino crescerà e vedrà quelle foto. Cosa dirà quando si vedrà vestito come un Baby George?

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Padrino e madrina. Anche qui, la questione si fa spinosa quando si mettono in mezzo le famiglie. Riguardo alla scelta, come anche per quella dei testimoni al momento delle nozze, esistono due scuole di pensiero differenti. La prima vuole che si scelgano parenti o amici molto stretti pur non essendo magari tipi religiosi. La seconda scuola preferisce scegliere persone che si ritengono spiritualmente valide per il compito che stanno prendendo. Personalmente, trovo importantissimo il ruolo del padrino e della madrina, quindi propendo per la seconda opzione. Con questo non voglio dire che la cugina o il fratello o chicchessia non siano spiritualmente validi per fare i padrini! Credo che un buon punto da cui partire per scegliere il padrino e la madrina sia chiedersi: qual è il significato di questo ruolo? E che significato voglio che abbia nella vita di mio figlio?

Chi invitare? Anche su questo punto ci sono differenti scuole di pensiero. C’è chi preferisce fare una cerimonia raccolta, chi invece vuole che anche il meccanico con cui avete scambiato giusto quattro parole sia presente. La regola è sempre la stessa: cercate un buon compromesso con il vostro partner. Il Battesimo non è un matrimonio, quindi potete invitare più persone senza rischiare di andare in bancarotta. L’essenziale è vivere fino in fondo quest’importante momento della vita di vostro figlio. Perciò, se ci tenete a condividerlo con più persone possibili, non badate a restrizioni.

Dresscode. Ma come… è un battesimo e c’è un dresscode? Nì. Non siamo ai livelli dei matrimoni, però non vi potete neanche presentare come se andaste alla sagra della frittella (con tutto il rispetto per le frittelle). Cercate di far capire agli invitati che la cerimonia si svolgerà in una chiesa. Ergo, NO a minigonne, bermuda, ciabatte, schiene scoperte, decolleté in vista e chi più ne ha più ne metta. Non penso che Gesù si offenda per un paio di gambe scoperte, ma io sì e se i miei invitati si presentano come se dovessero andare a fare l’aperitivo in spiaggia, li spedisco a raccogliere fragole in Lapponia. Tanto per intenderci: jeans e polo/camicia ok; havaianas NO (o, meglio, ti-uccido-solo-se-ci-provi). Se organizzate, ditelo; se siete invitati, capitelo. Genitori, non sentitevi a disagio a dire “vedi di regolarti” al vostro amico del liceo che mette solo magliette di Marylin Manson da quando ha sedici anni. Qui non si tratta di impedire la libera espressione, ma di ricordare che ci sono contesti e contesti. A volte queste nozioni basilari sfuggono…

Le foto. I ricordi sono i gioielli più preziosi nella vita di un uomo. Ti rammentano ciò che sei stato e quello che hai provato. Quindi, anche in un’occasione del genere le fotografie sono (quasi) d’obbligo. Potete affidarvi a un professionista, oppure portare la vostra macchinetta. Il solo consiglio che mi sento di darvi è di non passare la giornata a scattare foto. Cercate di delegare il compito a un invitato, altrimenti rischiate di non vivere appieno il momento.

No alcol. Se non organizzate il classico pranzo o la classica cena tra intimi, ma avete pensato a un rinfresco per tutti gli invitati, vi sconsiglio vivamente di servire alcolici. Questo per ragioni mooolto pratiche: 1) se fate la festa nei locali parrocchiali, sicuramente non ci sarà un frigo e il vino o la birra caldi fanno schifo forse più degli invitati con le havaianas; 2) sebbene ai matrimoni gli ospiti alticci siano simpatici, non lo sono ai battesimi.

Il rito. “Sono un genitore che vuole battezzare il figlio, ma non frequento molto la chiesa”. Mmmh, ok. Ci sono persone che non vanno tutte le domeniche a messa, eppure reputano importante che il figlio venga battezzato. Per far fronte a questa esigenza, i parroci organizzano mini-corsi che introducono i genitori e i padrini a questo sacramento. A cosa serve? Per esempio, a evitare che durante il rito alla domanda “cosa chiedete per vostro figlio?” i genitori sappiano rispondere correttamente (= “il battesimo”) e non cose a caso tipo “la felicità”. Detta così sembra una battuta, ma è capitato! Un po’ come quando mia mamma ha cercato di accendere il cero battesimale con l’accendino per le sigarette… stendiamo un velo pietoso!

E voi cosa ne pensate? Quali sono le situazioni che non vorreste mai vivere durante la preparazione di un battesimo?

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Alla prossima 😉

 

9 tipi che incontrerai a ogni matrimonio

Quale migliore occasione per rientrare dalle vacanze se non un matrimonio?
Ai matrimoni sono tutti felici, dovrebbe essere il giorno più bello della vita di due persone, perciò si beve, si festeggia, si danza e si sta in compagnia. A queste occasioni partecipa una gamma eterogenea di individui che mette in risalto la policromia del genere umano. Tra queste, vi sono alcune persone che rappresentano i must di ogni matrimonio che si rispetti. Questa settimana io e m. siamo andati a un matrimonio e abbiamo stilato la lista delle 9 specie di animali da cerimonie più comuni.

1. La migliore amica della sposa. A volte possono essere anche più d’una. La/le riconosci perché in questo giorno sono raggianti, si aggirano come pulcini intorno alla sposa e cercano di farla stare più a suo agio possibile. Sono lì se ha bisogno di aiuto, in Chiesa si beccano le occhiatacce del prete perché mentre celebra sistemano il velo della sposa alzandosi ogni 10 minuti, aiutano la protagonista della festa a fare pipì (avete mai provato ad andare al bagno con un abito da sposa? Dovrebbero renderlo uno sport olimpico). In quel giorno si trasformano in veri e propri angeli custodi ed è così che appaiono a tutti.

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2. Il miglior amico dello sposo. Solitamente è anche il testimone. Trasuda contentezza e sicurezza da tutti i pori. In realtà, prima della cerimonia è più teso dello sposo. Al momento delle firme farà la classica battuta “Sposo, sei sicuro? Posso anche non firmare…”, ma sotto sotto adora la moglie del suo migliore amico e darebbe la vita per vederli felici. Scorrono fiumi di alcol ed è lui che li versa (e li beve).

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3. Il dandy. Esistono due tipi di dandy: quello che appartiene al lato chiaro della forza e quello che invece fa parte del lato oscuro. Il dandy-jedi (lato chiaro, per i non addetti) è il tipo più originale della festa. Indossa un capo d’abbigliamento particolare, si presenta come sagace e spiritoso. Può non piacere a tutti, ma il suo modo di fare e la sua eleganza vi conquisteranno quasi sicuramente. Il dandy-sith (lato oscuro, ahimè) è il classico invitato che si sente diverso dagli altri e fa di tutto per sottolinearlo. Trasuda stile come il dandy-jedi, senza però avere la stessa signorilità. Non si sa bene chi lo abbia invitato, sta di fatto che spesso c’è.

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4. Quello che non ride mai. Non lo fa apposta, ma è l’incubo di tutti i wedding book maker. Bisogna inserirlo nel fotolibro dei ricordi, ma non c’è una dannata foto in cui venga sorridente. Non si capisce se è un problema di tempistica dello scatto o se il pessimismo cosmico leopardiano lo colga soltanto al momento del clic. Lui si sforza sul serio, ce la mette tutta! Quando viene urlato “Cheese!!!”, si sentono i muscoli della mascella contrarsi sotto lo sforzo erculeo di sfoderare un sorriso… eppure nessuno l’ha mai immortalato mentre ride. Forza soprannaturale? Mistero arcano? I complottisti sostengono che sia colpa delle scie chimiche.

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5. I genitori con bambini. Sono quelli a cui andrebbe dato un trofeo. Li vedi passare la maggior parte del matrimonio a correre da una parte all’altra cercando di trattenere ragazzini urlanti. Dicono che si sopravvive a questa fase… sta di fatto che molti single preferirebbero votarsi all’autoestinzione pur di non trovarsi nella stessa situazione.

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6. La Venere di Milo. E’ la versione femminile del dark-dandy. Non è un’amica della sposa, perché difficilmente questa ragazza ha amiche. Ha l’ego di Belen Rodriguez senza avere la simpatia di Michelle Hunziker. Può capitare che questa soggetta si vesta di bianco o di un colore talmente chiaro da essere al limite dell’esagerazione. Questo accade perché non crede di partecipare a un matrimonio, non gliene frega nulla che sia il giorno più importante della sposa, lei è a un evento sociale, quindi DEVE essere la più figa. Probabilmente non si accorge di essere imbarazzante come solo una cliente di Enzo Miccio a “ma come ti vesti?” può esserlo. A loro discolpa si può solo dire che nessuno gli ha mai fatto notare che non sono le sole Jane in un mondo fatto di Tarzanesse.

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7. Gli scatenati. Sono l’anima della festa. Spesso sono in coppia, altre volte si muovono da soli. Appena parte la musica si gettano sulla pista e iniziano a scatenarsi come danzatori voodoo. Fanno un grande servizio agli sposi e agli invitati perché rompono l’imbarazzo del primo ballo e danno inizio ai divertimenti. Sono immancabili e preziosissimi.

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8. Il socialnetworkaro. “Guarda, sta entrando la sposa!” “Sì, sì, lo vedo dal telefono”. Non importa se la sposa ha assunto due fotografi, un videomaker, la troupe cinematografica di Peter Jackson, ci sarà sempre il social-dipendente che posterà in diretta facebook l’entrata della sposa in chiesa e che passerà l’intera serata a scattarsi selfie con gli invitati. Il socialnetworkaro ingorga le sue pagine di foto della festa come se si trovasse al matrimonio dei Ferragnez. Ha un lato positivo incontrovertibile: il giorno dopo sarà l’unico a mandare un reportage completo agli sposi, che altrimenti dovranno aspettare almeno un paio di mesi per vedersi insieme al momento del sì.

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9. Sulla stessa scia del precedente, si distingue il fotografo amatoriale che, munito della sua Nikon pagata un botto di soldi, si divertirà a immortalare l’evento. Il difetto di questo personaggio è che viene scambiato spesso per il fotografo ufficiale, perciò nelle foto di gruppo molti guarderanno nella sua direzione piuttosto che in quella corretta. Il risultato, dunque, non è sempre ottimale, ma qualche scatto originale del fotografo amatoriale conquisterà gli sposi.

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La lista finisce qui. Avremmo potuto inserire il numero 10, ma ognuno di voi avrà sicuramente un tipo da matrimonio da aggiungere per completare il party.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #5 I 5 miti da sfatare riguardo alla genitorialità

Il mondo dei genitori è circondato dal mistero. Non è sicuramente una circostanza voluta, ma sembra quasi che si viva in due universi distinti. Diventare genitori ti autorizza a entrare nel privé della genitorialità e apre le porte a quelle che fino a poco tempo prima sembravano pratiche esoteriche. Io e M. (=Marito) “ci siamo dentro” da quasi due mesi e ci sono un paio di cosette che ci sentiamo in dovere di far sapere a chi è in procinto di diventare genitore oppure ha solo la curiosità di accedere a questo mondo mitico (“mitico” in tutte le accezioni che il vocabolario Treccani fornisce). Troppo spesso ci siamo sentiti ripetere frasi che, una volta arrivata A., abbiamo scoperto essere delle vere cavolate. Ecco i nostri 5 miti da sfatare riguardo all’essere genitori.

Homer e Marge Simpson nella serie tv (2012 TCFFC)

1. La vostra vita non sarà più come prima. Questa è una mezza verità. Come tutti i grandi avvenimenti nella vita, ti cambiano fintanto che tu gli permetti di cambiarti. Chi dice che ora non ha più tempo per fare quello che ama è probabile che menta o non sappia organizzarsi. E’ vero, non potrai più fare TUTTO quello che facevi prima di avere un figlio, ma se hai una passione e riesci a gestire bene il tuo tempo e quello del bambino (e se sei anche aiutato da chi ti sta intorno), puoi riuscire a far combaciare entrambi gli aspetti. [Nonostante la gravidanza, sono riuscita a dare tre esami a giugno e ne darò uno a settembre. Certo, è stato faticoso e non ho preteso di raggiungere i livelli di concentrazione pre-parto, ma ho portato avanti i miei progetti e sono felicissima di averlo fatto.]

2. La vostra vita sarà esattamente come prima. Abbiamo sentito anche questa frase, anche se meno spesso della precedente. Ecco, prima di avere un figlio non ci permettevamo di entrare in merito a quest’affermazione, nonostante nutrissimo i nostri dubbi… ora che siamo mamma e papà possiamo dire che chi la pensa esattamente in questo modo non sta facendo il genitore oppure ha qualcuno che lo sta facendo al posto suo. Diciamocelo, com’è possibile che riusciate ad andare tutti i weekend a ballare? Tre volte a settimana palestra, due volte yoga, poi la notte ci pensa la mamma o la nonna, il sabato sera con gli amici, la domenica a calcetto, e il lunedì il vostro bebè alza la cornetta e chiama il telefono azzurro. Perché alla fine o diventa Jack lo Squartatore o si fa ricoverare per i complessi d’abbandono che gli fate venire. [Ok, va bene, è necessario ritagliarsi del tempo per sé, ma – come si dice a Roma – fino a una certa. Avete un figlio, non vi siete fatti un gatto o un pesce rosso.]

3. E’ chiaro che il rapporto principale sarà quello con la madre. Non si sa quante volte mi hanno ripetuto questo discorso. A dirlo erano sia uomini sia donne. Non intendo fare la femminista, ma penso che questo assunto sia veramente frutto di un retaggio culturale vecchio di almeno un secolo. Prendiamo come esempio A.: l’abbiamo concepita insieme; durante la gravidanza, M. si è incaricato di fare da solo tutto quello che prima facevamo insieme o facevo io; nel momento del parto, M. non mi ha lasciata sola un secondo. In che modo A. è legata più a me che a lui? Qualcuno mi ha risposto che il legame si crea anche per via dell’allattamento. Benissimo, ho risposto, per questo mi tiro il latte e lascio che M. la allatti quanto lo faccio io. Papà, non fatevi influenzare da queste voci: il vostro ruolo è fondamentale ed è importante fin dalla nascita, perciò non rinunciate al rapporto con i vostri figli pensando che “a pelle” preferiscano la mamma. E voi, mamme, se avete la fortuna di avere accanto uomini meravigliosi che vogliono fare i papà, permetteteglielo, rinunciate a essere presenti e regalate al bambino e al papà del tempo esclusivo da trascorrere insieme. [D’altronde voi avete un vantaggio di 9 mesi da fargli recuperare. 😉 ]

4. Scordatevi il romanticismo, i figli diventeranno il centro della vostra esistenza. Questo, più che un mito da sfatare, è un pericolo da evitare. Quando i bambini sono piccoli piccoli viene spontaneo stargli sempre vicino, coccolarli, prendersene cura… poi diventano grandi e pretendono mille attenzioni. Il risultato è che, se mamma e papà non sono in grado di porre un freno, finiranno per non avere più tempo o spazio per loro stessi. Intendiamoci, ognuno può far quello che gli pare, purché poi non ve ne lamentiate con gli amici o con i parenti. “Sono tre anni che non vado a cena fuori con mio marito”, “Io e mia moglie non riusciamo ad avere un attimo di intimità da mesi”… però quando capita l’occasione sono i primi a non voler mollare la presa sui figli. Conoscendomi, so che quando mi preoccupo divento un accollo spropositato. Per questo motivo, io e M. ci siamo promessi di ricordarci sempre che la persona a cui abbiamo giurato amore eterno non è A. Già dopo poco tempo dalla nascita, abbiamo cercato di ritagliarci almeno una sera a settimana per stare da soli. Non sarà molto, ma ci aiuta a consolidare il nostro ménage. [Su questo argomento penso di scrivere un post approfondito più avanti]

5. Viene tutto molto spontaneo e naturale.Dulcis in fundo, il mito numero uno, il più temuto dalle madri inesperte come me: essere genitori è l’esperienza più naturale del mondo. Questo vuol dire che se in voi non ci sono genitori pancini, non siete fatti per avere figli. Beh, vi confesso una cosa: prima di avere A., credevo di essere l’ultima persona al mondo a poter diventare una mamma. No, essere genitori non è naturale. O almeno, non lo è più. Non si nasce più “genitori”. Anzi, oggi è persino difficile ritagliarsi un ruolo diverso da quello di figli. Ci consideriamo e siamo considerati eterni bambinoni. Non credete a chi vi dice che viene tutto spontaneo. Viviamo in un mondo in cui nulla è più spontaneo, neanche l’insalata. Perciò, se pensate di non essere un granché come genitori, non spaventatevi, non fatevi venire i complessi. Essere genitori è un’arte e, come tutte le arti, è solo marginalmente spontanea. Ci vuole tanto impegno e umiltà, un cuore disposto a imparare ad amare e molta pazienza con se stessi. L’ho già detto altre volte? Forse. D’altronde è lo slogan di questa rubrica: genitori si diventa!

Questi sono i nostri 5 miti da sfatare, ma scommettiamo che ce ne sono moltissimi altri. A voi ne viene in mente qualcuno?

Alla prossima 🙂

Autori con la sindrome di Rowling. Quando il protagonista non c’è

Durante l’ultimo periodo della gravidanza ho letto l’intero Ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini, meglio conosciuto come la saga di Eragon. Il commento in questione non è una recensione simpliciter. Ciò che vorrei condividere è il fatto che, dopo quattro romanzi (peraltro lunghissimi e, per la maggior parte delle pagine, inutili), ancora non capisco perché Eragon sia considerato il protagonista. Siamo di fronte all’ennesimo caso di sindrome di Rowling, così ribattezzata dalla sottoscritta perché Harry Potter è il classico esempio in cui, in un romanzo, O G N I singolo personaggio secondario risulta letterariamente più interessante del protagonista.

La sindrome di Rowling è uno stato patologico in cui l’autore non può far a meno di rendere insopportabile il protagonista, tanto da suscitare un certo astio anche nel lettore più tassorosso che ci sia. Non tutti hanno questa particolare dote: qualcuno di voi ha mai tifato per Mondego leggendo il Conte di Montecristo? O per Creonte, invece che per Antigone? No. Perché Edmond Dantès e Antigone sono dei dannati protagonisti e il lettore si rispecchia in loro o ne prende le parti. Allora perché in alcuni libri accade il contrario? Provo a dare una risposta.

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Il protagonista dev’essere un personaggio credibile. In realtà, tutti i personaggi devono essere credibili, ma con il protagonista la storia è diversa. Anche se un autore non ha intenzione di descrivere la classica lotta tra Bene e Male, tra eroi e tiranni, il protagonista deve necessariamente avere “un qualcosa in più”. Il carattere, che va definito con estrema accuratezza fin dall’inizio della scrittura, deve essere eroico a suo modo. Si tratta di far emergere quelle caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri, migliore in termini di interesse letterario. Il lettore, in questo caso, empatizza con il protagonista non tanto perché si rivede caratterialmente in lui, ma rispecchia se stesso in ciò che il personaggio vive o gli capita. (Anche se non siamo nani alla ricerca dell’oro di Erebor o mezzuomini pesaculo, chiunque ha letto lo Hobbit ha patito con Thor il suo desiderio di riconquistare la montagna o ha sperato con Bilbo di tornare a casa). Purtroppo, la moda degli ultimi anni in casa fantasy è quella di creare protagonisti vuoti, in cui qualsiasi lettore possa tecnicamente rispecchiarsi ma che in sostanza non ha nulla di credibile. L’esempio lampante di personaggio vuoto è Bella Swan di Twilight. Insomma, anche il criceto di mia nonna è dotato di più intelligenza e personalità di Bella Swan. Un character del genere è commercialmente molto utile, perché il lettore medio si sente rassicurato e può facilmente “sostituirsi” al protagonista, ma gli autori dovrebbero aspirare a vendere un prodotto o a creare un capolavoro?

Inoltre, deve avere un carattere ben delineato. “Il suo nome è Nessuno”. No, non è una citazione dall’Odissea, ma l’odissea del lettore di fronte a certi protagonisti. Nessuna motivazione, caratterizzazione zero, boe fluttuanti nel vasto mare della narrazione, alcuni personaggi principali hanno il peso scenico di Kate Moss. Perché? A mio avviso, molti romanzi fantasy vengono scritti con l’ottica di un’automimesi dell’autore/autrice. Difficilmente si è in grado di analizzare se stessi, mettendo in luce pregi e difetti, desideri e paure, senza essere eccessivamente coinvolti. Questo comporta una caratterizzazione confusa, a volte paradossale, in cui il personaggio accoglie in sé le contraddizioni dell’autore senza fornire al lettore un punto di vista chiaro con cui interpretarlo. Facciamo un esempio:
Autrice: “Ciao, mi chiamo Stephanie e sogno una storia d’amore con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro”.
Editor: “Ehm, okay… qual è il motore dell’azione? C’è forse l’impulso a scandagliare le profondità del desiderio umano costantemente in bilico tra il cielo e l’abisso?”
Autrice: “No, non hai capito. Voglio raccontare una storia d’amore di una come me con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro.”
[Per chi non avesse capito, questa è la ricostruzione ipotetica della nascita di Twilight]
…ma ognuno di noi avrà qualche altro esempio in mente.

Il protagonista deve avere un arco di sviluppo. Se un personaggio non compie un percorso, ha lo spessore letterario di un pacchetto di patatine light. Eppure capita assai spesso di imbattersi in protagonisti che restano uguali, o quasi, dall’inizio alla fine della storia. Le alternative sono due: o il protagonista è un monaco nepalese che ha raggiunto la massima illuminazione possibile, oppure c’è qualcosa che non va. Purtroppo nel fantasy (e nella fantascienza, ahimè), gli autori tendono a prediligere l’intreccio all’approfondimento psicologico. Colpa forse della necessità del genere, in cui grosso peso ha l’ambientazione, sta di fatto che in molti romanzi fantastici i personaggi risultano statici e noiosi. E qui si ritorna a Eragon… il quale, devo essere sincera, sembra percorrere un arco di involuzione piuttosto che di evoluzione: nell’ultimo romanzo della tetralogia, il giovane cavaliere dei draghi arriva a pensare e ad agire con la lucidità mentale di un undicenne; mentre, nel primo romanzo, arrivava a fare scelte più o meno mature per un sedicenne.

Possono esserci personaggi interessanti, ma il più interessante dovrebbe essere lui. Eh, sì! Se Watson fosse stato più interessante di Sherlock, sarebbe stato lui il protagonista, no? Va bene, Moriarty è un figo. Ci sta. Si chiama “fascino del cattivo ragazzo” ed è il motivo per cui molti villain ci piacciono più degli eroi. Ma l’antagonista deve essere la nemesi del personaggio principale, quindi la legge del “da grandi heroes derivano grandi cattivi” (formula inventata sul momento! NdA) è accettabile. Il problema si presenta quando persino lo-zio-del-nipote-della-locandiera-del-villaggio-confinante-con-quello-del-protagonista risulta un personaggio più avvincente di lui. E qui come non citare il nostro maghetto non-preferito?! Caspita, la Rowling ha battuto un record storico: in sette libri non è riuscita a creare un personaggio meno interessante di Harry Potter. Insomma, il ragazzo che è sopravvissuto a Voldemort è persino più noioso del gufo sfigato della famiglia Weasley. Quindi, autori miei, sì a creare antagonisti con i contro-caSCHi, ma sforzatevi anche per quel povero protagonista!

Buoni esempi di caratterizzazione del protagonista. Date che a me piace il lieto fine, non posso lasciarvi con l’amaro in bocca. Di seguito trovate una serie di opere viste o lette recentemente, i cui protagonisti sono personaggi effettivamente ben riusciti.
Romanzo: Jane Eyre di Charlotte Brontë
[Esempio di romanzo in cui la profondità dei personaggi emerge e tiene incollato il lettore alla pagina senza bisogno di intrecci rocamboleschi]
Serie tv: The Following di Kevin Williamson
[Serie molto cruenta, di qualità discutibile nella seconda stagione, ma con un protagonista e un cattivo epici]
Film: Fury di David Ayer
[Solitamente non amo i film di guerra, ma in questo piccolo gioiello ogni personaggio è descritto con grazia e autenticità]

Quali sono i vostri protagonisti preferiti? E quelli che vi sono piaciuti un po’ meno?

Mamme si diventa #4 Genitori e insonnia

Giorno di insonnia numero ventitré.

La tortura procede, ma M. e io continuiamo a tener duro. Se Frodo e Sam sono riusciti ad arrivare a Mordor, noi riusciremo a sopravvivere a questo. I genitori con più anzianità rispetto alla nostra continuano a dirci che i primi tempi sono durissimi, ma che poi ci si abitua. Sarà… sta di fatto che questa nuova vita ci sta mettendo alla prova.

All’inizio (forse il primo giorno, ma non ne sono del tutto sicura), eravamo felici di svegliarci per precipitarci dalla piccola A. e sfamarla. Poi (il secondo giorno) è iniziata a diventare difficile, ma abbiamo garantito le massime prestazioni a ogni poppata/cambio di pannolino. Con il passare dei giorni (dal quarto o quinto giorno), vedendo la stanchezza dell’altro, ci si sacrificava dicendo “non ti preoccupare, ci penso io”. Ma una volta giunti alla piena maturità (una settimana scarsa), la situazione è precipitata: adesso, mentre A. si lamenta e piagnucola, parte la gara a chi fa finta di dormire più profondamente nella speranza che l’altro si alzi al posto proprio. E’ una competizione all’ultimo sangue, in cui perde sempre chi ha più senso di responsabilità (solitamente è M., io fingo di essere svenuta o morta… solo che poi la devo comunque allattare, perciò mi tocca alzarmi in un modo o nell’altro).

Senza contare la stanchezza durante il giorno, la casa in condizioni deprimenti (-issime), il frigo vuoto… ogni piccolo problema diventa un ostacolo insormontabile un po’ perché ora lo devi affrontare con un bambino (sfido io ad andare a fare la raccolta differenziata quando a casa sei da sola con la bambina), un po’ perché il non dormire fa calare di tantissimo le prestazioni. Insomma, essere genitori è proprio una faticaccia.

Più passa il tempo e più mi accorgo che, quando la famiglia si allarga, si è obbligati a imparare a morire a se stessi. Dico “obbligati” perché non è scontato che un genitore sia ben disposto a sacrificarsi in questo senso. Sono tutti buoni a desiderare e a fare grandi discorsi sui figli, ma la realtà è tutt’altra storia.

Come durante una corsa si giunge a un momento in cui ci sembra di avere i polmoni in collasso, superato il quale, però, il corpo è in grado di tornare a correre, così anche nei primi tempi dalla nascita di un figlio si può arrivare a quel punto di rottura in cui non ce la facciamo più a mangiare di corsa, a dormire per non più di tre ore di fila, a cercare di calmare un bambino che piange a squarciagola perché vuole mangiare ma la mamma è a fare la sua prima doccia da tre giorni a questa parte.

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Immagine presa da Doodle Diary of a New Mom di Lucy Scott

Come superare questo momento? Innanzittutto, restando uniti come coppia e stringendo i denti insieme; poi, potete provare a seguire questi piccoli accorgimenti che, nel nostro caso, stanno funzionando abbastanza bene.

Se il bambino dorme, tu dormi. La grande verità, che neanche Osho sarebbe riuscito a pensare con così tanta profondità, è semplificabile in tre parola: se dorme, dormi. Non c’è storia che tiene, fregatene della casa da sistemare, fregatene del libro che stai leggendo o della vicina che ti ha scritto se può venire a prendere un caffè. Se hai sonno e miracolosamente il bambino dorme, tu poggiati ovunque sia possibile e dormi. Che si tratti di dieci minuti o un’ora, quel riposo ti farà bene.

Se siete entrambi a casa, alternatevi a fare le cose. Lo so, non tutte hanno sposato Mrs. Doubtfire, ma è importante che il partner collabori nella gestione del bambino. Di solito, i maschietti tirano fuori la questione del lavoro per evitare di alzarsi durante la notte. Se è così, vi consiglierei di ricordare ai papà (senza litigare!) che anche voi state lavorando pur non facendo orario d’ufficio. Io e M., per esempio, stiamo provando a “dividerci la notte”. Visto che sono sempre stata più nottambula di lui, da mezzanotte alle quattro penso io ad A., mentre dalle quattro alle otto è M. che si occupa di cambiare, prendere in braccio se piange o semplicemente affacciarsi alla culla se A. fa qualche verso strano. Pur dovendola allattare, questa divisione permette a entrambi di prendersi almeno quattro ore di riposo sicuro e di non dover stare sempre all’erta. Penso che una strategia del genere sia molto utile alle mamme nei primi mesi in cui sono costrette (bene o male) a passare la maggior parte del giorno con il bambino. Inoltre, questa partecipazione attiva del papà gli permette di stringere subito un bel legame con il piccolo. Durante il giorno, invece, è bello fare le cose insieme: cambiarlo insieme, fargli il bagnetto insieme ecc.

La casa è un casino? Chissenefrega. L’ho già anticipato, ma repetita iuvant. Nelle situazioni d’emergenza (la nascita di un figlio e i suoi primi mesi sono una cavolo di emergenza!), bisogna stabilire delle priorità. La vostra salute mentale mi sembra un buon punto da cui iniziare; quella fisica, un buon punto con cui proseguire. Avete partorito (o assistito alla nascita), adesso state cercando di sopravvivere al cambio di vita più grosso cui siete mai andati incontro… non fatevi venire anche il complesso della massaia! Non deve venire a trovarvi la regina Elisabetta. E, se anche venisse a farvi visita, dovreste sentirvi genitori liberi di dire “non posso far tutto, la casa può aspettare”. Se non avete tempo di stirare, mettetevi vestiti sgualciti. Se non avete tempo di mettere in ordine il salotto, questo non ha mai ucciso nessuno. Se non avete tempo di fare la spesa, chiedete a un parente o a un amico di aiutarvi oppure fate la spesa in internet (oggi le grandi catene di supermercati permettono di farlo). Non lasciate che la cura della casa vi assesti il colpo mortale. Se non vi sentite in grado di gestirla, non fatelo. È comprensibile. E se qualcuno (mamma, suocera o chicchessia) commenta, fatevelo scivolare addosso!

Cercate di prendervi cura di voi stessi (per quanto possibile). Questo è un punto molto importante… se la casa può implodere e voi ve ne potete più o meno fregare, è importante che non abbandoniate la cura di voi stessi. Non parla solo da un punto di vista estetico, ma soprattutto emotivo e psicologico. Facciamo qualche esempio… non sentitevi in colpa a prendervi un’ora per andare a farvi le sopracciglia o per leggere un bel libro. Chiedete al partner o a qualcuno di cui vi fidate di tenere il bimbo e uscite, prendete aria. Se gli avete dato da mangiare, se sapete di avere un paio d’ore di autonomia e se non state morendo di sonno, pensate a ciò che vi piacerebbe fare (da soli o in coppia) e fatelo. I genitori dovrebbero anche ritagliarsi un lasso di tempo per recuperare la loro intimità, magari andando a mangiare fuori o restando semplicemente a casa da solo senza il bambino. Prendere del tempo per se stessi e per la coppia è fondamentale per allentare lo stress.

In presenza del bambino siate sempre calmi e parlate dolcemente. Non dormire, avere la casa in condizioni disastrose, non trovare il tempo di finire di leggere quell’articolo interessante sulla rivista che avete comprato, alternare le proprie giornate tra culla e lavoro, può generare una buona dose di insofferenza. Purtroppo capiterà spesso, l’importante è che davanti al bambino non la mostriate. È ancora troppo piccolo per capire, ma non così stupido per non caRpire. Questa piccola bestiola ha ricettori sensoriali ed emotivi che gli adulti si possono solo sognare: il neonato è in grado di percepire lo stress anche solo dal tono di voce. Siccome è molto sensibile da questo punto di vista, è importante cercare di modulare toni e voci davanti a lui. Percepire agitazione o rabbia lo farà agitare, poi saranno solo cavoli vostri, perché oltre a tutto dovrete anche calmarlo.

Non abbiate paura a essere sinceri con amici e parenti. Se non li volete intorno, diteglielo. Può succedere, non temete di parlarne. Se vi vogliono bene, capiranno. Se non capiscono, non deve essere un problema vostro. Se ne faranno una ragione.

E’ inutile cercare di gestire (e stressarvi) l’ingestibile. Dopo tutto ciò che vi ho detto, questo punto sembrerà ovvio, ma mi piace ripetermi. Questo più che essere un consiglio per i neogenitori, è uno slogan per la vita: basta con questa dannata mania del controllo. Nella vita si possono gestire pochissime cose, di certo non quelle importanti. Non si può gestire la vita, né la morte, tantomeno l’amore o la salute, non si possono gestire le gioie e i dolori, perciò mettetevi l’anima in pace e affrontate le situazioni che verranno con serenità e/o pace del cuore e lucidità mentale.

Cari genitori, questo è tutto quello a cui sono arrivata in questi giorni di insonnia e stanchezza. Spero di non avervi annoiato! Se anche voi state vivendo o avete vissuto questo particolare periodo di vita, mi farebbe piacere leggere la vostra esperienza. E se conoscete qualche trucchetto che utilizzate/avete utilizzato per sopravvivere, condividete!

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

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Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #2 Come sopravvivere all’imbarazzo da allattamento

Doveva succedere, ne ero certa. E’ successo oggi e nella maniera più imbarazzante possibile. Doveva succedere e per fortuna è successo. Mi sono tolta il cerotto. Ecco il resoconto di come sono sopravvissuta a uno dei momenti più imbarazzanti per una neo-mamma…

Sono le 12. Ho approfittato del brutto tempo per farmi una passeggiata con A. senza morire di caldo. Mi barcameno tra le macchine in doppiafila, i sanpietrini, i marciapiedi dissestati e la folla oceanica di turisti, quando comincio ad avvertire una sottile famina. In breve tempo, la sensazione allo stomaco si trasforma in un vorace minotauro. Devo fare qualcosa. Pizza? No, meglio di no. Dolcetto? Mmh, preferirei il salato. Mi viene un’idea. Sabato al supermercato ho visto un prosciutto bellissimo, di quelli magri magri, asciutti, salati da far paura. Inizia il dialogo interiore tra la pancia e il cervello:

Pancia: Dai, il supermercato è qua vicino. Se ci sbrighiamo, ce la possiamo fare.
Cervello: Non saprei… è già un bel po’ che siamo in giro. Ci ha detto bene che A. non si è ancora svegliata.
Pancia: Vedrai che non si sveglia. Così compriamo anche la frutta: M. (=marito) ha detto che abbiamo finito tutto. Vuoi pranzare senza frutta? Sai che a Silvia piace concludere il pasto con qualche ciliegia.
Cervello: In effetti la frutta fa anche bene. Vabbè, sbrighiamoci e andiamo.
*da notare quanto il mio cervello sia facilmente manipolabile quando si tratta di cibo*

Giunti al supermercato inizia la corsa. Prendo il numerino. Per sottolineare la mia fretta, scandisco i movimenti dell’addetto al banco del fresco battendo il piede. Mi precipito al reparto pane perchè, nel frattempo, cervello e pancia si sono ricordati che abbiamo finito anche quello. Giunta all’ultimo passaggio, mi accingo a scegliere quali albicocche e quante ciliegie comprare, quando un sommesso gorgogliare infantile si leva dalla carrozzina

Pancia: Oh, no! E’ finita!!!
Cervello: Aspetta, c’è ancora qualche possibilità.

Cervello mi suggerisce di intrattenere A. con tutte le smorfie, i gesti e le espressioni verbali più improponibili (ma che ai bambini piacciono tanto). Assomiglio a una piccola scimmietta, tuttavia questo non pare bastare ad A. Strilla sempre più forte. Si porta una mano alla bocca e con gli occhi spalancati comincia a piangere e a ciucciare. Non soddisfatta, si infila anche l’altra mano in bocca. Comincio a pentirmi e a odiare pancia e cervello per avermi suggerito e permesso di arrivare fino al supermercato, sapendo che in una situazione del genere mi sarebbe stato impossibile tornare subito a casa. D’altronde non posso neanche lasciar piangere A. per 20 minuti di fila e far finta di nulla. I neonati hanno un solo modo per esprimere i propri bisogni e, se tramite il pianto non si sentono ascoltati, è ovvio che una situazione del genere gli possa causare molto stress. Quindi di ignorarla non se ne parla. Che fare?

L’idea arriva. Arriva con tutto il suo imbarazzo, ma anche con la concretezza che sia l’unica cosa da fare. Devo allattarla. Abbandono il cestino con la spesa, prendo la carrozzina e mi appropinquo verso le casse. Superate queste, sulla sinistra, c’è l’ufficio dell’amministrazione en plein air. E’ un buon punto dove fermarsi. In amministrazione c’è un solo ragazzo intento a guardare il telefono, tutt’intorno ci sono diversi scatoloni buttati per terra, la cassa direttamente di fronte è chiusa e se mi apposto rivolta verso il muro c’è una buona probabilità di passare quasi inosservata.

Seh, nei tuoi sogni! A meno che il supermercato non sia pieno di amanti delle spiagge nudiste, una ragazza che si slaccia la camicia, si sfila il reggiseno e inizia ad allattare una bambina NON passerà mai inosservata. Anche se per evitare di essere indiscreta si è coperta il più possibile con una copertina, anche se in teoria è rivolta verso il muro, anche se si sforza di tenere la testa bassa e di nascondersi dietro alla carrozzina. Non c’è modo: una donna che allatta attira molti più sguardi di una ragazza che va in giro con la minigonna giro-pancreas.

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Che dirvi? In realtà, gli sguardi più affettuosi li ricevo da diverse signore anziane e da un vecchietto incurvito che cerca di rassicurarmi dicendo che se papa Francesco si augura che le mamme allattino in chiesa, perchè non posso farlo anche al supermercato? Non ha tutti i torti, ma il mondo oggi gira in maniera strana.

Mentre il signore mi parla del papa, il mio sguardo si allunga verso la cassiera che, a dieci metri di distanza,ha appena finito di fare il conto a due anziane tutte prese a osservarmi ridendo. Lei, una donna di una quarantina d’anni, mi fissa con palese disgusto: la schiena rigida sullo schienale dello sgabello, i capelli tenuti in precario ordine da un mollettone penzolante e le labbra a forma di ferro di cavallo reclinate verso il pavimento. Accompagna l’espressione un leggero movimento orizzontale della testa da sinistra verso destra e viceversa (lo stesso che facciamo quando vogliamo mimare un “no”, solo che in questo caso sembra mimare un “che schifo”). Non mi sento in colpa, ma quello sguardo mi mette parecchio a disagio, come se stessi facendo qualcosa di illegale.

Ritorno in punizione con la faccia al muro, cullando A. e dicendole che può impiegare tutto il tempo che le occorre. Tanto ormai chi ha visto, ha visto. Peccato che alcune anziane decidono di coinvolgere anche altre persone, indicandomi e dicendo: “guarda che bella quella signora con il bambino. E’ così piccolo!” Così da una cassa arriviamo a tre interamente concentrate su A. e la mia tetta (sempre più difficile da nascondere, perchè le persone cominciano ad avvicinarsi e a farmi i complimenti e le solite domande: quanto ha? è maschio o femmina? quanto pesa?).

Finalmente il ragazzo dell’amministrazione si accorge di quello che sta succedendo e si sporge a guardarmi. L’ufficio è rialzato, quindi da quell’altezza non c’è lenzuolino che protegga.

Ragazzo: “Ehm, ehm, ehm” abbassa lo sguardo imbarazzato “signora, vuole che l’accompagni in una stanza dove può allattare con tranquillità?”

DEO GRATIAS! Cervello, pancia e dignità cominciano a ballare la conga per il sollievo. Ringrazio il gentile dipendente e mi preparo a seguirlo perchè, conoscendo A., so che non sarà una cosa breve e mi sono già stufata di sentirmi come un babbuino al bioparco.

Sapete qual è la cosa veramente divertente? Pensateci: se persino l’amministrazione non ha un ufficio ma delle semplici scrivanie su un piano semi rialzato del supermercato, in che genere di stanza potranno mai mettermi?! Ebbene, caro tu che leggi, il gentile dipendente mi ha portato nel locale in cui il macellaio smembra le carcasse degli animali e fa le salsicce (per fortuna era tutto vuoto e pulito). A parte i primi momenti di raccappriccio, A. ha gradito la tranquillità dell’ambiente e quindi anche io sono riuscita a rilassarmi. Dopo aver finito la pappa, abbiamo finito la spesa e siamo tornate a casa in tutta calma.

Vabbè, ma la morale della favola? chiederete voi. Eccola: mamme, non vergognatevi ad allattare in pubblico! Troppo spesso sento mamme che si precludono il piacere di uscire per più di due ore per paura di trovarsi in situazioni del genere. Non va bene, dobbiamo riabituare il mondo a considerare normale allattare per strada, al supermercato, all’università, allo stadio, in aeroporto, in chiesa/sinagoga/moschea/tempio. Non stiamo uccidendo nessuno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare, qualcuno pronto ad aiutare, qualcuno che semplicemente farà finta di nulla. L’importante è che il mondo non si scordi che non c’è differenza tra il mangiare un pezzo di pizza e allattare al seno e che le persone perdano questo pseudo-pudore che solleva risolini, facce disgustate, battutite davvero insopportabili.

E se l’imbarazzo sembra troppo grande da superare? Prendi un bel respiro e guarda tua/o figlia/o. I bambini sono la trasparenza fatta persona. A loro non importa se puzzi per il sudore, se non ti pettini i capelli da tre giorni, se hai lo smalto sbeccato o se hai messo su troppi chili e vai in giro con il bottone dei pantaloni slacciato. A loro importa l’essenziale. A loro importa sentire l’odore della pelle di mamma e di papà, sentire il battito del loro cuore quando hanno bisogno del contatto fisico e trovare un seno a cui attaccarsi (non gliene pò fregà de meno se è nudo e in bella mostra). Se vostro figlio non si fa problemi, voi non dovete farvi problemi. Nessuno deve darvi il permesso di allattare in pubblico, così come nessuno deve impedirvi di rinunciare a uscire di casa solo perchè situazioni del genere sono ancora tabù. Ricordatevelo e lasciate che l’imbarazzo trovi qualcun altro da importunare.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #1 Dacci oggi la nostra ansia quotidiana

Dopo una lunga assenza torno sul blog. Stavolta riparto con un paio di progetti, di cui il primo è proprio questo: Mamme si diventa intende essere una rubrica per quelle che, come me, non si sono mai sentite portate per la maternità, ma che hanno imparato/stanno imparando/impareranno a godersi questa bellissima avventura! Buona lettura 🙂


Ebbene eccoci qui.
Mamma da poco più di una settimana e ho già imparato una lezione importante.

Non importa quanto tu possa essere fredda, razionale, emotivo-disordinata, quando ti metteranno quella minuscola (spesso brutta, almeno all’inizio) creaturina tra le mani, il tuo cuore duro, cinico e insensibile si scioglierà come una pralina lindor. Non so se hai presente, ma funziona un po’ come l’Innominato e Lucia.

Chi mi conosce sa che non sono una mamma pancina, che prima di partorire mi divertivo a constatare quanto certe mamme siano ansiose e che me la tiravo dicendo che avrei gestito benissimo la situazione, eppure l’effetto Lucia Mondella è arrivato e m’ha investito in pieno. L’ho avvertito solo con un leggero ritardo rispetto alle altre.

Perciò, il primo post di questa rubrica lo voglio dedicare al sintomo più frequente di mammite acuta post-partum: l’ansia. Mettiamo subito le cose in chiaro: care mamme (o papà), se leggendo quanto segue vi troverete in ciò che dico, mettetevi l’anima in pace, ammettete di essere affetti da questa brutta bestia e… cercate di farvela passare, perchè non fa bene né a voi, né al vostro partner, né al vostro bambino.

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N.B. Questo articolo è a puro scopo ludico e di intrattenimento, pertano non rappresenta la descrizione di un quadro clinico né intende esserlo.

Di cosa stiamo parlando. L’ansia da genitorialità si contraddistingue per i continui e numerosi viaggi mentali verso ogni tipo di disgrazia che può capitare al proprio figlio. Si tratta delle leggi di Murphy decuplicate e applicate alla crescita e alla salute del bambino. Il vostro non è un figlio come tutti gli altri, non può avere un normale sviluppo, è costantemente soggetto alle insidie della natura, pronto a divenire vittima del fato avverso. In Ogni rantolo, lacrima, strilletto, caccola, crosticina o diarrea non vedete un evento fisiologico, ma una disgrazia incombente.

Per coniugare la teoria alla pratica (e per farci quattro risate), faccio qualche esempio delle paranoie che si sono succedute nel corso della prima settimana di vita di mia figlia.

  1. La mattina dopo il parto (ho partorito all’1:34 di notte) era ancora in osservazione e io continuavo a chiedermi “perché è ancora nell’incubatrice? Sta male? Forse ha qualche problema e non vogliono dirmelo”. [Non aveva nessun problema, volevano solo monitorarla per essere sicuri andasse tutto bene visto che il parto non è stato una passeggiata]
  2. Domenica: ha il battito leggermente inferiore alla media, soprattutto durante il sonno.
    Mia reazione: oh-santo-CIELO! Morirà mentre dorme?
    [In realtà è bradicardica, proprio come me e metà della mia famiglia]
  3.  Lunedì: ha dormito molto tempo, troppo tempo. Circa 8h di fila. La puericultrice al telefono mi ha sgridata e mi ha detto che i bambini vanno allattati ogni 3/4h perchè è la loro unica fonte di idratazione. Ovviamente ho passato il resto del giorno a incolparmi perché ho creduto che A. (iniziale nome di mia figlia) stesse per morire disidratata.
    [Nel giro di una giornata ha preso da sola i normali ritmi sonno-veglia]
  4. Martedì:il peso del bambino. Non so voi, ma io e mio marito abbiamo scelto di non comprare la bilancia, sia perchè non volevamo un altro impiccio per casa sia perchè temevamo di finire schiavi del meccanismo “pesala ogni giorno, altrimenti come fai a sapere se cresce bene?”.
    [Cari genitori, dopo questa piccola ansia durata mezza giornata ho stabilito che un bambino che cresce – soprattutto se così piccolo – si vede benissimo. Siamo stati dal pediatra per la visita di controllo post dimissione e A. era cresciuta di parecchio. Quindi, se avete la tentazione di spendere i soldi per comprare la bilancia, DESISTETE. Piuttosto spendeteli per comprare taaanti lenzuolini per il cambio, in un giorno siamo riusciti a cambiarne tre a causa di rigurgiti, pipì, popò e altri incidenti puzzolenti e inaspettati. Al contrario della bilancia, i lenzuolini sono utili, non impicciano e non sono mai abbastanza!]
  5. Mercoledì: il moncone ombelicale. Questo è forse il peggior incubo di ogni neo-mamma che non ha mai avuto a che fare con un bambino piccolo. Questo mozzicone essiccato che penzola dall’ombelico appare come la porta per ogni genere di malattia da terapia intensiva. Non importa quanto il pediatra dell’ospedale o della clinica in cui hai partorito ti tranquillizzi sul fatto che la cura del moncone sia facile e gestibilissima; se – come me – hai qualche lontana zia che a tre giorni dal parto viene a raccontarti di come a suo nipote si è infettato ed è finito al Bambin Gesù per giorni e giorni, anche tu avrai l’ansia fino alla gola.
    [Questa è stata l’ansia più brutta da gestire. E’ durata fino a venerdì, giorno in cui il maledetto moncone è finalmente caduto senza troppi problemi. Dunque, se seguite le indicazioni della clinica sulla cura del moncone, non dovrebbe insorgere alcun problema. Tranquillizzatevi e godetevi la mummificazione del moncone senza troppe paranoie.]
  6. Giovedì: la paura che smetta di respirare mentre dorme. Ammettetelo, almeno una volta anche voi vi siete alzati di notte per controllare che respirasse. [La cosa pazzesca è che di giorno non lo faremmo mai, mentre di notte qualsiasi problema diventa una questione di vita o di morte. Bah, misteri dell’animo umano]
  7. Sabato: i virus e la gente inopportuna. Avete presente le persone che non si rendono conto di avere a che fare con un esserino nato da soli pochi giorni? Avete presente che la prima cosa che fanno queste persone è toccare quell’esserino dappertutto e magari chiedere anche ai genitori di poterlo prendere in braccio? Avete presente che, a volte, queste persone non sono sconosciuti ma amici, parenti, vicini di casa? Avete presente quella spiacevole sensazione che vi investe la bocca dello stomaco e vi sussurra all’orecchio un monito ancestrale? Cari genitori, questa NON è un’ansia. A costo di sembrare una nazi-mamma, vi consiglio di lasciar perdere ogni pudore e di negare a queste persone di prendere in braccio, toccare le manine, dare i bacetti sul viso ecc… il massimo che io e mio marito abbiamo concesso finora a persone che non sono i nonni è stato giocare con i piedini e fare il solletico sulla magliettina con un dito. “Esagerata!” direte voi. Forse. Ma la bambina è nata una settimana fa, ha poche difese immunitarie e, soprattutto, non è il Sacro Graal né il piede di san Pietro, perciò non c’è alcun motivo per cui la gente debba toccarla o prenderla in braccio.

Rimedi contro l’ansia. Ma c’è una cura per questa situazione invivibile? Dopo una settimana in cui stati d’ansia e di gioia si sono alternati pericolosamente nel mio cervello, ho stilato una piccola lista di memoranda a cui penso quando sento montare l’ansia di turno, onde ritornare alle grottesche paranoie di qualche giorno fa. I rimedi sono classici, economici, ma richiedono qualche sforzo di autocontrollo:

  1. Avere più fiducia in se stessi. La formula magica è tutta qua. Spesso l’ansia è data dal fatto di non sentirsi adeguati in questo ruolo in cui siamo incappati. L’intero ecosistema pare suggerirci che non siamo in grado di crescere e salvaguardare un piccolo esemplare di homo sapiens. Ma se la vita ci ha dato il compito di crescere un figlio, vuol dire che abbiamo le capacità per farlo. Ci vorrà tempo, tanta umiltà per imparare, dovremo crescere in responsabilità e affrontare le nostre paure, ma non ci sono indicazioni patenti che non possiamo farcela. Quindi, su con la vita!
  2. Condividere i nostri dubbi (e le nostre certezze) con il partner. Genitori, condividete, con-di-vi-de-te, CONDIVIDETE. Il lavoro di coppia è fondamentale. Laddove non arriva l’uno, c’è l’altro. E laddove non arriva nessuno dei due, c’è una coppia di genitori che impara insieme. I vostri figli sono il frutto di una condivisione (lo attesta lo stesso DNA), dunque anche la loro crescita ed educazione deve essere un lavoro di concerto.
  3. Affidarsi al pediatra e alle sue indicazioni. Se c’è una persona che ha studiato, ha una vasta esperienza al riguardo ed è degno di fiducia, quello è il pediatra. Soprattutto nei primi mesi di vita è importantissimo confidare in ciò che dice il pediatra. Se vi dà un’istruzione (es. non tagliare le unghie al neonato per i primi venti giorni) e la nonna/lo zio/la cognata/il fratello vi dice il contrario (“ai miei figli le ho tagliate subito e non è mai successo niente”), dovete sempre – e dico SEMPRE – fare quello che il pediatra vi dice. E’ possibile che si tratti soltanto di “mode mediche”, ma gli altri (a meno che non siano laureati in medicina pediatrica) non sono nessuno e ciò che possono mettere a disposizione è la propria esperienza personale, non l’opinione professionale di un medico.
  4. Non leggere su internet. Questa è forse la prova peggiore, cari genitori padawan, ma la più difficile. Oggi si può googlare qualsiasi cosa e trovare qualsiasi cosa. Potreste cercare informazioni su “neonato che grufola quando beve il latte” e, dopo aver finito di “documentarvi” in rete, convincervi che vostro figlio abbia un cancro alla bocca dello stomaco. Perciò, per l’amor del cielo, state boni co’ ‘sto Google e, se avete qualche dubbio, chiamate il pediatra o la puericultrice di riferimento.
  5. Ascoltare le esperienze altrui (ma con molta prudenza). Chiedere un consiglio ad altri genitori di cui vi fidate non è sempre una cattiva idea, purchè rispettiate la gerarchia descritta qui sopra. E’ ovvio che chi ha avuto figli prima di noi possa essere una fonte di informazioni e consigli, ma a mio avviso solo da un punto di vista pratico (es. come fare il bagnetto, quale carrozzina comprare, quand’è meglio passare dalla culla al lettino ecc.). Per tutto ciò che riguarda la salute e l’alimentazione del vostro bambino, rivolgetevi sempre al pediatra.

Direi che per oggi è tutto. L’ansia è davvero una brutta bestia e rischia di non farci godere questi bellissimi primi giorni insieme ai nostri figli. Il suo arrivo è inevitabile. Se non avessimo paura di sbagliare, saremmo degli incoscenti – oltre che degli stupidi. Ciò che possiamo fare è ridimensionarla e incanalarla in maniera sana nel nostro stile di vita, imparandola a gestire nel migliore dei modi.

Nella speranza che la mammite acuta post-partum passi presto e che questo sfogo/condivisione possa essere utile, mando un saluto a tutti i genitori ansiosi!

Spoleto in due giorni

Ciao a tutti!

Quest’oggi vi propongo una minifuga dalle vostre città (a meno che non siate lettori che seguono il blog dall’Umbria) in direzione di una piccola chicca dalla grande storia: Spoleto.

Io e m. (che sta per marito) abbiamo deciso di dedicarci una nuova luna di miele, l’abbiamo ribattezzato “weekend di nozze” e quale meta migliore se non Parigi? Ma no, Parigi proprio non ci convinceva, un po’ perché siamo fan del made in Italy, un po’ perché avevamo a disposizione solo due giorni (ossia una notte) e volevamo comunque riuscire a godere di una città senza stare con il fiato alla gola.

Poiché siamo persone decise e organizzate (magari!), abbiamo aperto in contemporanea Booking e Google Maps e ci siamo messi a vedere tutte le possibilità che si prospettavano con il nostro esiguo tempo. La scelta è poi ricaduta su Spoleto e mai decisione fu tanto felice!

Ecco a voi una serie di indicazioni e di consigli qualora voleste fare una toccata e fuga nel Ducato Longobardo.

COSA VEDERE. Io e m. abbiamo scelto di visitare Spoleto durante il week-end e di fermarci a dormire solo una notte. Siamo partiti il sabato mattina neanche troppo presto e siamo arrivati in città verso le 11. Cosa fare dunque avendo a disposizione più o meno due giornate? Innanzitutto vi conviene recarvi all’Ufficio Pro Loco (situato all’interno del complesso della biblioteca) e prendere una carta della città e la guida gratuita. Per i più tecnologici consiglio di scaricare la comoda app Spoleto Turismo.

Abbiamo scelto di dedicare la prima giornata a prendere confidenza con la città percorrendola in lungo e in largo e seguendo le indicazioni suggerite nel percorso del Trekking urbano. Questa tipologia di visita permette di non annoiarsi (soprattutto se non siete tipi da museo) e di visitare tutto ciò che è ad accesso libero come le meravigliose chiese.
I must da vedere sono sicuramente l’ex-chiesa dei ss. Giovanni e Paolo, in cui è conservato il primo affresco in Italia rappresentante il martirio di Thomas Becket, la cattedrale di S. Maria Assunta, il cui abside presenta un ciclo affrescato da Filippo Lippi, e la chiesa di S. Gregorio. Se vi piace l’arte contemporanea, vi co nviene visitare il Museo Carandente all’interno del Palazzo Collicola (m. era interessato soprattutto alla galleria del piano nobile di quest’ultimo) e il Teodelapio con altre sculture presenti in vari punti della città.

Abbiamo deciso di consacrare il secondo giorno alla visita dei musei e, dulcis in fundo, dei luoghi raggiungibili solo con la macchina. La Rocca Albornoziana ci ha un po’ deluso: non tanto per la struttura in sé, che invece è sicuramente la parte della visita più affascinante, quanto per il museo annesso. Oltre ad avere pochi reperti (su quello non ci si può far nulla), l’allestimento dell’intera mostra sul Ducato è antiquato e fin troppo statico. E’ stata una delusione, per esempio, scoprire che ai Longobardi era stata dedicata solo una sola sala (forse due?) e il massimo che si è riusciti a pensare è stato quello di attaccare una serie di pannelli noiosissimi e lunghissimi con notizie poco interessanti. Perchè non provare a riaggiornare il format della visita? Bah, poveri Longobardi! [tempo della visita 2h 1/2 ca]
Il secondo museo, in cui ho trascinato m. perché ero di pessimo umore dopo la rocca, è il Museo Archeologico Statale (con annessa visita al teatro romano). Ebbene, questa sì che è stata una bella sorpresa per entrambi. L’allestimento è più o meno della stessa tipologia di quello della Rocca, ma gli archeologi e gli storici dell’antichità sono stati più intelligenti nella scelta dei temi da trattare nei pannelli. Inoltre, la sala epigrafica aperta da poco al pian terreno si presenta interessante anche per chi non è addentro alla materia. Senza considerare che all’interno del museo c’è una sala dedicata ai ritrovamenti archeologici di scavi condotti nel 2011 (!): più unico che raro in un museo nazionale dove la maggior parte della volte si trovano cose scoperte all’epoca di Heinrich Schliemann. Infine, la visita si conclude nell’affascinante teatro romano, ancora utilizzato in estate per spettacoli e rappresentazioni varie. Super consigliato! [tempo della visita 1h 1/2 ca]
Prima di ripartire alla volta di Roma abbiamo visitato la piccola chiesa di S. Paolo inter vineas e quella di S. Pietro extra moenia. Quest’ultima vale assolutamente la pena di essere visitata solo per ammirare la preziosa facciata e le sue sculture, che la rendono una degli esempi più splendidi dell’architettura romanica e gotica dell’Umbria.

Un vero peccato, invece, per gli edifici danneggiati dal terremoto e chiusi al pubblico. Tra questi figurano la famosa Basilica di S. Salvatore e la chiesa dei SS. Domenico e Francesco.

PERNOTTAMENTO. Pernottare a Spoleto non è molto più costoso di quanto non lo sia in un’altra città storica, anzi forse si possono trovare discrete occasioni. Da ricordare però è che, nelle ore notturne, l’accesso al centro storico è vietato (ZTL). Essendo una città tutta “salita e discesa”, è però comodo partire da una posizione vantaggiosa che solo un albergo o un b&b nel centro ti può offrire. Ma come fare se si hanno problemi di spostamento (ad esempio persone con problemi motori oppure famiglie con passeggini)? Ci sono due possibili soluzioni: 1) dormire in un albergo o b&b fuori dalla ZTL e parcheggiare in uno dei parcheggi pubblici di Spoleto forniti del servizio di trasporto tramite i fantastici percorsi meccanizzati, che permettono di spostarsi da un monumento all’altro della città tramite rulli elettronici; 2) trovare un’offerta di qualche albergo in centro che fornisce il permesso a circolare all’interno della ZTL. A voi la scelta.

DOVE MANGIARE. Non so voi, ma noi abbiamo optato per questa soluzione: colazioni sostanziose, pranzi veloci e cena importante.
Partiti alle 8:30 circa (forse erano le 9?) da Roma, siamo arrivati a Spoleto con parecchia fame. Fortunatamente il centro informazioni turistiche è stato spostato all’interno della biblioteca comunale, in cui – guarda caso – c’è un carinissimo e assai ospitale Caffè Letterario. Quale modo migliore per cominciare la giornata? Il barman è stato molto cordiale pur non avendoci mai visto prima e si è intrattenuto a parlare con noi, mentre consumavamo una buona ed economica colazione. Siamo stati così positivamente colpiti dall’atmosfera da essere tornati lì anche il giorno dopo, invece di spendere 8/10€ in più a testa per fare colazione in albergo.
Per pranzo, il primo giorno abbiamo fatto due prove: la prima in un forno del centro che non ci ha troppo convinti, la seconda alla Pizzeria dell’Orologio, che ha invece colpito nel segno. I palati fini forse saranno più schizzinosi, ma se a noi date tranci di pizza bella alta, grande e farcita a un costo che va da 1€ per la focaccia a 1,7€ per quella condita noi siamo super contenti!
Per cena, m. voleva stupirmi e mi ha portato in uno dei ristoranti segnalati dalla guida Michelin 2018. Il posto in questione è Al Tempio del Gusto. Che dire? 85€ in due per un menù completo (antipasto, primo, secondo, dolce, acqua e vino) curato nel minimo dettaglio. Un’esperienza sensoriale dai sapori unici. Di seguito un riepilogo dei piatti:

  • Assaggino di benvenuto: tarallo con foie gras, caciottina con cipolla e uova di lompo, manzo con sfoglia di grana e crema di tartufo
  • Antipasti: millefoglie con caciottina dolce su salsa di tartufo;flan di porcini su salsa di zafferano e tartufo
  • Primi: polentina di fave al tartufo con trota scottata e cicoria di campo; strangoli tirati a mano al tartufo
  • Secondi: petto d’anatra con salsa all’arancia e miele di castagno; filetto di maialino con pera cotta al vino e salsa all’arancia
  • Pre-dessert offerto dallo chef: una verrine di meringhe con una ganache di cioccolato e caffè
  • Dessert: crescionda spoletina; strudel aperto

In definitiva Spoleto ci ha colpiti non solo per la sua storia e la sua arte, ma anche per il calore con cui gli spoletini fanno sentire il loro orgoglio per questo piccolo gioiello e per la bontà dei piatti e dei sapori tipici che la città ha saputo farci gustare in forma rivisitata ma sempre squisita.

P.S. Su Instagram (nel riquadro qui a destra) trovate una serie di scatti della città 😉

XXIV Trofeo RiLL Il Miglior Racconto Fantastico

XXIV Trofeo RiLL
Il Miglior Racconto Fantastico

in collaborazione con:
il festival internazionale Lucca Comics & Games,
la Wild Boar Edizioni,
la rivista irlandese Albedo One,
la AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror),
l’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa),
la e-zine Anonima Gidierre,
la rivista Andromeda,
le Edizioni Il Foglio

con il supporto di:
Columbus – penne stilografiche dal 1918

L’associazione RiLL – Riflessi di Luce Lunare curerà il concorso e selezionerà, tra gli scritti ricevuti, i racconti finalisti. Questi saranno poi valutati dalla Giuria Nazionale, costituita da scrittori, giornalisti, autori di giochi, professori universitari. Ciascun testo verrà giudicato per l’originalità della trama e dell’intreccio, per la forma e la chiarezza narrativa.

La cerimonia di premiazione dei vincitori avrà luogo nell’autunno 2018, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. RiLL comunicherà (per lettera o via e-mail), fra luglio e ottobre 2018, le modalità della conclusione del concorso (data, luogo, orario…) a tutti i partecipanti.

RiLL si impegna a curare un’antologia con i migliori racconti, senza alcun contributo/ costo per gli autori (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).
Il racconto vincitore sarà inoltre tradotto
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Albedo One, rivista irlandese di letteratura fantastica;
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Probe, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa (SFFSA);
– in spagnolo, a cura dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror), che lo pubblicherà nella sua antologia annuale, Visiones.

L’autore del racconto vincitore riceverà un premio di 250 euro e una penna stilografica marca Columbus 1918 (offerta dalla ditta Santara).
Inoltre, i racconti classificati nelle prime quattro posizioni usciranno sulla e-zine trimestrale Anonima Gidierre.
Le edizioni Il Foglio e la rivista Andromeda, infine, si riservano di scegliere fra i testi finalisti uno o più racconti da pubblicare.

Regolamento

1) Il Trofeo RiLL è un concorso per racconti fantastici: possono partecipare racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni storia che sia, per trama o personaggi, “al di là del reale”.

2) Ogni autore può partecipare con uno o più racconti, purché inediti, originali ed in lingua Italiana.

3) La partecipazione è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Non possono però partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro, ed. Wild Boar).

4) Per partecipare al XXIV Trofeo RiLL è necessario essere soci dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. La quota di iscrizione è di 10 euro (socio ordinario, che può partecipare al concorso spedendo un racconto). Nel caso di invio di più testi, la quota è di 10 euro a racconto (socio sostenitore).
La quota si può versare sul conto corrente postale n° 1022563397, intestato a RiLL Riflessi di Luce Lunare, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma (in caso di bonifico bancario, l’IBAN è: IT-72-U-07601-03200-001022563397; per bonifici dall’estero, il BIC number è: BPPIITRRXXX). È possibile pagare anche con carta di credito (o PostePay, o conto Paypal), dal sito Trofeo.rill.it (il sito con cui RiLL gestisce i concorsi che organizza).
Si consiglia di allegare la fotocopia del versamento alle generalità dell’Autore.
In caso di partecipazione con più racconti è gradito il versamento unico.

5) Le iscrizioni sono aperte sino al 20 marzo 2018. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. Per le opere ricevute oltre tale data farà fede il timbro postale. In ogni caso, tutti i testi che perverranno dopo il 5 aprile 2018 non saranno presi in considerazione.

6) Tutti i testi partecipanti dovranno essere spediti (anche come pacco o raccomandata) in triplice copia e in busta anonima a: Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma. È gradito che le copie siano stampate in fronte-retro.
In una busta chiusa, allegata ai racconti inviati, ciascun autore dovrà inserire le proprie generalità (nome, cognome, indirizzo, CAP, telefono, e-mail) e la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (vedi punto 4), comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statutoassociativo. La busta chiusa sarà aperta solo dopo che i racconti finalisti saranno stati selezionati; sull’esterno della busta chiusa va riportato il titolo dei racconti inviati.
Le spese di spedizione sono a carico di ciascun partecipante e non sono comprese nella quota di iscrizione. RiLL non si fa carico di disguidi postali di sorta.

7) Per semplificare il lavoro della segreteria del premio, i partecipanti sono invitati a registrarsi sul sito Trofeo.rill.it, fornendo le proprie generalità. Una volta registratisi, i partecipanti potranno (nella sezione “XXIV Trofeo RiLL” di Trofeo.rill.it) inviare i propri racconti in formato elettronico, dalla pagina “Carica la tua opera”. La spedizione dei racconti in formato elettronico è facoltativa (nonsostituisce la spedizione cartacea, che è obbligatoria). All’interno dei file dei racconti caricati non vanno indicati i dati anagrafici degli autori.
Dal sito Trofeo.rill.it è anche possibile pagare la quota di iscrizione e caricare la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL (vedi punto 4).
L’elenco degli autori che avranno caricato i file dei racconti sarà consultato solo dopo che i testi finalisti saranno stati scelti, mantenendo così l’anonimato dei lavori nella fase di lettura e selezione.

8) I partecipanti residenti all’estero possono inviare racconti nel solo formato elettronico (vedi punto 7). In questo caso, i partecipanti residenti all’estero devono registrarsi sul sito Trofeo.rill.it e caricare sia il racconto sia la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare(comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statuto associativo).

9) Ciascun racconto partecipante non dovrà superare i 21.600 caratteri, spazi tra parole inclusi.
L’impaginazione dei racconti è libera (in via indicativa, 21.600 caratteri spazi inclusi equivalgono a 12 cartelle dattiloscritte di 30 righe per 60 battute). Per i testi più vicini alla lunghezza massima consentita è gradita l’indicazione del numero di battute totali.

10) Tutti gli autori partecipanti al XXIII Trofeo RiLL riceveranno una copia omaggio di DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni, la raccolta dei racconti premiati del 2017 (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).

11) Il materiale inviato non sarà restituito. Gli autori sono pertanto invitati a tenere una copia dei propri manoscritti. Inoltre, finché la rosa dei finalisti non sia stata resa pubblica (luglio 2018), i partecipanti sono tenuti a non diffondere il proprio racconto e a non prestarlo per la pubblicazione.

12) Ciascuna opera partecipante al Trofeo RiLL resta di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione dei racconti selezionati nell’antologia del concorso (collana Mondi Incantati) e sulle riviste/ antologie che collaborano al Trofeo RiLL è comunque per tutti gli autori obbligatoria (non rinunciabile) e non retribuita, oltre che ovviamente gratuita.

13) In caso di pubblicazione, l’autore concorderà eventuali ottimizzazioni della sua opera con RiLL e con le riviste/ case editrici interessate.

14) Le decisioni di RiLL e della Giuria Nazionale in merito al concorso e al suo svolgimento sono insindacabili e inappellabili.

15) La partecipazione al Trofeo RiLL comporta l’accettazione di questo regolamento in tutte le sue parti. Eventuali trasgressioni comporteranno la squalifica dal concorso.

Per ulteriori informazioni:
Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci,
via Roberto Alessandri 10, 00151 ROMA;
e-mail: trofeo@rill.it
URL: www.rill.it
(su RiLL.it è on line anche un’ampia pagina di FAQ sul regolamento e sul concorso)

Tutela della privacy dei partecipanti

Le generalità che devono essere fornite per partecipare al Trofeo RiLL sono utilizzate esclusivamente:
• per comunicare i risultati ai partecipanti;
• per l’invio di materiale promozionale relativo al Trofeo RiLL e alle altre attività/ iniziative di RiLL.
I dati raccolti non verranno in ogni caso comunicati o diffusi a terzi.
Inoltre, scrivendoci, sarà sempre possibile:
• modificare i dati inviati (es: cambio di indirizzo);
• cancellare i dati inviati;
• chiedere che non venga inviato alcun materiale promozionale.

 

Per scaricare la richiesta d’iscrizione e il bollettino precompilato, accedi alla pagina del bando cliccando qui.