Mamme si diventa #4 Genitori e insonnia

Giorno di insonnia numero ventitré.

La tortura procede, ma M. e io continuiamo a tener duro. Se Frodo e Sam sono riusciti ad arrivare a Mordor, noi riusciremo a sopravvivere a questo. I genitori con più anzianità rispetto alla nostra continuano a dirci che i primi tempi sono durissimi, ma che poi ci si abitua. Sarà… sta di fatto che questa nuova vita ci sta mettendo alla prova.

All’inizio (forse il primo giorno, ma non ne sono del tutto sicura), eravamo felici di svegliarci per precipitarci dalla piccola A. e sfamarla. Poi (il secondo giorno) è iniziata a diventare difficile, ma abbiamo garantito le massime prestazioni a ogni poppata/cambio di pannolino. Con il passare dei giorni (dal quarto o quinto giorno), vedendo la stanchezza dell’altro, ci si sacrificava dicendo “non ti preoccupare, ci penso io”. Ma una volta giunti alla piena maturità (una settimana scarsa), la situazione è precipitata: adesso, mentre A. si lamenta e piagnucola, parte la gara a chi fa finta di dormire più profondamente nella speranza che l’altro si alzi al posto proprio. E’ una competizione all’ultimo sangue, in cui perde sempre chi ha più senso di responsabilità (solitamente è M., io fingo di essere svenuta o morta… solo che poi la devo comunque allattare, perciò mi tocca alzarmi in un modo o nell’altro).

Senza contare la stanchezza durante il giorno, la casa in condizioni deprimenti (-issime), il frigo vuoto… ogni piccolo problema diventa un ostacolo insormontabile un po’ perché ora lo devi affrontare con un bambino (sfido io ad andare a fare la raccolta differenziata quando a casa sei da sola con la bambina), un po’ perché il non dormire fa calare di tantissimo le prestazioni. Insomma, essere genitori è proprio una faticaccia.

Più passa il tempo e più mi accorgo che, quando la famiglia si allarga, si è obbligati a imparare a morire a se stessi. Dico “obbligati” perché non è scontato che un genitore sia ben disposto a sacrificarsi in questo senso. Sono tutti buoni a desiderare e a fare grandi discorsi sui figli, ma la realtà è tutt’altra storia.

Come durante una corsa si giunge a un momento in cui ci sembra di avere i polmoni in collasso, superato il quale, però, il corpo è in grado di tornare a correre, così anche nei primi tempi dalla nascita di un figlio si può arrivare a quel punto di rottura in cui non ce la facciamo più a mangiare di corsa, a dormire per non più di tre ore di fila, a cercare di calmare un bambino che piange a squarciagola perché vuole mangiare ma la mamma è a fare la sua prima doccia da tre giorni a questa parte.

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Immagine presa da Doodle Diary of a New Mom di Lucy Scott

Come superare questo momento? Innanzittutto, restando uniti come coppia e stringendo i denti insieme; poi, potete provare a seguire questi piccoli accorgimenti che, nel nostro caso, stanno funzionando abbastanza bene.

Se il bambino dorme, tu dormi. La grande verità, che neanche Osho sarebbe riuscito a pensare con così tanta profondità, è semplificabile in tre parola: se dorme, dormi. Non c’è storia che tiene, fregatene della casa da sistemare, fregatene del libro che stai leggendo o della vicina che ti ha scritto se può venire a prendere un caffè. Se hai sonno e miracolosamente il bambino dorme, tu poggiati ovunque sia possibile e dormi. Che si tratti di dieci minuti o un’ora, quel riposo ti farà bene.

Se siete entrambi a casa, alternatevi a fare le cose. Lo so, non tutte hanno sposato Mrs. Doubtfire, ma è importante che il partner collabori nella gestione del bambino. Di solito, i maschietti tirano fuori la questione del lavoro per evitare di alzarsi durante la notte. Se è così, vi consiglierei di ricordare ai papà (senza litigare!) che anche voi state lavorando pur non facendo orario d’ufficio. Io e M., per esempio, stiamo provando a “dividerci la notte”. Visto che sono sempre stata più nottambula di lui, da mezzanotte alle quattro penso io ad A., mentre dalle quattro alle otto è M. che si occupa di cambiare, prendere in braccio se piange o semplicemente affacciarsi alla culla se A. fa qualche verso strano. Pur dovendola allattare, questa divisione permette a entrambi di prendersi almeno quattro ore di riposo sicuro e di non dover stare sempre all’erta. Penso che una strategia del genere sia molto utile alle mamme nei primi mesi in cui sono costrette (bene o male) a passare la maggior parte del giorno con il bambino. Inoltre, questa partecipazione attiva del papà gli permette di stringere subito un bel legame con il piccolo. Durante il giorno, invece, è bello fare le cose insieme: cambiarlo insieme, fargli il bagnetto insieme ecc.

La casa è un casino? Chissenefrega. L’ho già anticipato, ma repetita iuvant. Nelle situazioni d’emergenza (la nascita di un figlio e i suoi primi mesi sono una cavolo di emergenza!), bisogna stabilire delle priorità. La vostra salute mentale mi sembra un buon punto da cui iniziare; quella fisica, un buon punto con cui proseguire. Avete partorito (o assistito alla nascita), adesso state cercando di sopravvivere al cambio di vita più grosso cui siete mai andati incontro… non fatevi venire anche il complesso della massaia! Non deve venire a trovarvi la regina Elisabetta. E, se anche venisse a farvi visita, dovreste sentirvi genitori liberi di dire “non posso far tutto, la casa può aspettare”. Se non avete tempo di stirare, mettetevi vestiti sgualciti. Se non avete tempo di mettere in ordine il salotto, questo non ha mai ucciso nessuno. Se non avete tempo di fare la spesa, chiedete a un parente o a un amico di aiutarvi oppure fate la spesa in internet (oggi le grandi catene di supermercati permettono di farlo). Non lasciate che la cura della casa vi assesti il colpo mortale. Se non vi sentite in grado di gestirla, non fatelo. È comprensibile. E se qualcuno (mamma, suocera o chicchessia) commenta, fatevelo scivolare addosso!

Cercate di prendervi cura di voi stessi (per quanto possibile). Questo è un punto molto importante… se la casa può implodere e voi ve ne potete più o meno fregare, è importante che non abbandoniate la cura di voi stessi. Non parla solo da un punto di vista estetico, ma soprattutto emotivo e psicologico. Facciamo qualche esempio… non sentitevi in colpa a prendervi un’ora per andare a farvi le sopracciglia o per leggere un bel libro. Chiedete al partner o a qualcuno di cui vi fidate di tenere il bimbo e uscite, prendete aria. Se gli avete dato da mangiare, se sapete di avere un paio d’ore di autonomia e se non state morendo di sonno, pensate a ciò che vi piacerebbe fare (da soli o in coppia) e fatelo. I genitori dovrebbero anche ritagliarsi un lasso di tempo per recuperare la loro intimità, magari andando a mangiare fuori o restando semplicemente a casa da solo senza il bambino. Prendere del tempo per se stessi e per la coppia è fondamentale per allentare lo stress.

In presenza del bambino siate sempre calmi e parlate dolcemente. Non dormire, avere la casa in condizioni disastrose, non trovare il tempo di finire di leggere quell’articolo interessante sulla rivista che avete comprato, alternare le proprie giornate tra culla e lavoro, può generare una buona dose di insofferenza. Purtroppo capiterà spesso, l’importante è che davanti al bambino non la mostriate. È ancora troppo piccolo per capire, ma non così stupido per non caRpire. Questa piccola bestiola ha ricettori sensoriali ed emotivi che gli adulti si possono solo sognare: il neonato è in grado di percepire lo stress anche solo dal tono di voce. Siccome è molto sensibile da questo punto di vista, è importante cercare di modulare toni e voci davanti a lui. Percepire agitazione o rabbia lo farà agitare, poi saranno solo cavoli vostri, perché oltre a tutto dovrete anche calmarlo.

Non abbiate paura a essere sinceri con amici e parenti. Se non li volete intorno, diteglielo. Può succedere, non temete di parlarne. Se vi vogliono bene, capiranno. Se non capiscono, non deve essere un problema vostro. Se ne faranno una ragione.

E’ inutile cercare di gestire (e stressarvi) l’ingestibile. Dopo tutto ciò che vi ho detto, questo punto sembrerà ovvio, ma mi piace ripetermi. Questo più che essere un consiglio per i neogenitori, è uno slogan per la vita: basta con questa dannata mania del controllo. Nella vita si possono gestire pochissime cose, di certo non quelle importanti. Non si può gestire la vita, né la morte, tantomeno l’amore o la salute, non si possono gestire le gioie e i dolori, perciò mettetevi l’anima in pace e affrontate le situazioni che verranno con serenità e/o pace del cuore e lucidità mentale.

Cari genitori, questo è tutto quello a cui sono arrivata in questi giorni di insonnia e stanchezza. Spero di non avervi annoiato! Se anche voi state vivendo o avete vissuto questo particolare periodo di vita, mi farebbe piacere leggere la vostra esperienza. E se conoscete qualche trucchetto che utilizzate/avete utilizzato per sopravvivere, condividete!

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

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Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #2 Come sopravvivere all’imbarazzo da allattamento

Doveva succedere, ne ero certa. E’ successo oggi e nella maniera più imbarazzante possibile. Doveva succedere e per fortuna è successo. Mi sono tolta il cerotto. Ecco il resoconto di come sono sopravvissuta a uno dei momenti più imbarazzanti per una neo-mamma…

Sono le 12. Ho approfittato del brutto tempo per farmi una passeggiata con A. senza morire di caldo. Mi barcameno tra le macchine in doppiafila, i sanpietrini, i marciapiedi dissestati e la folla oceanica di turisti, quando comincio ad avvertire una sottile famina. In breve tempo, la sensazione allo stomaco si trasforma in un vorace minotauro. Devo fare qualcosa. Pizza? No, meglio di no. Dolcetto? Mmh, preferirei il salato. Mi viene un’idea. Sabato al supermercato ho visto un prosciutto bellissimo, di quelli magri magri, asciutti, salati da far paura. Inizia il dialogo interiore tra la pancia e il cervello:

Pancia: Dai, il supermercato è qua vicino. Se ci sbrighiamo, ce la possiamo fare.
Cervello: Non saprei… è già un bel po’ che siamo in giro. Ci ha detto bene che A. non si è ancora svegliata.
Pancia: Vedrai che non si sveglia. Così compriamo anche la frutta: M. (=marito) ha detto che abbiamo finito tutto. Vuoi pranzare senza frutta? Sai che a Silvia piace concludere il pasto con qualche ciliegia.
Cervello: In effetti la frutta fa anche bene. Vabbè, sbrighiamoci e andiamo.
*da notare quanto il mio cervello sia facilmente manipolabile quando si tratta di cibo*

Giunti al supermercato inizia la corsa. Prendo il numerino. Per sottolineare la mia fretta, scandisco i movimenti dell’addetto al banco del fresco battendo il piede. Mi precipito al reparto pane perchè, nel frattempo, cervello e pancia si sono ricordati che abbiamo finito anche quello. Giunta all’ultimo passaggio, mi accingo a scegliere quali albicocche e quante ciliegie comprare, quando un sommesso gorgogliare infantile si leva dalla carrozzina

Pancia: Oh, no! E’ finita!!!
Cervello: Aspetta, c’è ancora qualche possibilità.

Cervello mi suggerisce di intrattenere A. con tutte le smorfie, i gesti e le espressioni verbali più improponibili (ma che ai bambini piacciono tanto). Assomiglio a una piccola scimmietta, tuttavia questo non pare bastare ad A. Strilla sempre più forte. Si porta una mano alla bocca e con gli occhi spalancati comincia a piangere e a ciucciare. Non soddisfatta, si infila anche l’altra mano in bocca. Comincio a pentirmi e a odiare pancia e cervello per avermi suggerito e permesso di arrivare fino al supermercato, sapendo che in una situazione del genere mi sarebbe stato impossibile tornare subito a casa. D’altronde non posso neanche lasciar piangere A. per 20 minuti di fila e far finta di nulla. I neonati hanno un solo modo per esprimere i propri bisogni e, se tramite il pianto non si sentono ascoltati, è ovvio che una situazione del genere gli possa causare molto stress. Quindi di ignorarla non se ne parla. Che fare?

L’idea arriva. Arriva con tutto il suo imbarazzo, ma anche con la concretezza che sia l’unica cosa da fare. Devo allattarla. Abbandono il cestino con la spesa, prendo la carrozzina e mi appropinquo verso le casse. Superate queste, sulla sinistra, c’è l’ufficio dell’amministrazione en plein air. E’ un buon punto dove fermarsi. In amministrazione c’è un solo ragazzo intento a guardare il telefono, tutt’intorno ci sono diversi scatoloni buttati per terra, la cassa direttamente di fronte è chiusa e se mi apposto rivolta verso il muro c’è una buona probabilità di passare quasi inosservata.

Seh, nei tuoi sogni! A meno che il supermercato non sia pieno di amanti delle spiagge nudiste, una ragazza che si slaccia la camicia, si sfila il reggiseno e inizia ad allattare una bambina NON passerà mai inosservata. Anche se per evitare di essere indiscreta si è coperta il più possibile con una copertina, anche se in teoria è rivolta verso il muro, anche se si sforza di tenere la testa bassa e di nascondersi dietro alla carrozzina. Non c’è modo: una donna che allatta attira molti più sguardi di una ragazza che va in giro con la minigonna giro-pancreas.

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Che dirvi? In realtà, gli sguardi più affettuosi li ricevo da diverse signore anziane e da un vecchietto incurvito che cerca di rassicurarmi dicendo che se papa Francesco si augura che le mamme allattino in chiesa, perchè non posso farlo anche al supermercato? Non ha tutti i torti, ma il mondo oggi gira in maniera strana.

Mentre il signore mi parla del papa, il mio sguardo si allunga verso la cassiera che, a dieci metri di distanza,ha appena finito di fare il conto a due anziane tutte prese a osservarmi ridendo. Lei, una donna di una quarantina d’anni, mi fissa con palese disgusto: la schiena rigida sullo schienale dello sgabello, i capelli tenuti in precario ordine da un mollettone penzolante e le labbra a forma di ferro di cavallo reclinate verso il pavimento. Accompagna l’espressione un leggero movimento orizzontale della testa da sinistra verso destra e viceversa (lo stesso che facciamo quando vogliamo mimare un “no”, solo che in questo caso sembra mimare un “che schifo”). Non mi sento in colpa, ma quello sguardo mi mette parecchio a disagio, come se stessi facendo qualcosa di illegale.

Ritorno in punizione con la faccia al muro, cullando A. e dicendole che può impiegare tutto il tempo che le occorre. Tanto ormai chi ha visto, ha visto. Peccato che alcune anziane decidono di coinvolgere anche altre persone, indicandomi e dicendo: “guarda che bella quella signora con il bambino. E’ così piccolo!” Così da una cassa arriviamo a tre interamente concentrate su A. e la mia tetta (sempre più difficile da nascondere, perchè le persone cominciano ad avvicinarsi e a farmi i complimenti e le solite domande: quanto ha? è maschio o femmina? quanto pesa?).

Finalmente il ragazzo dell’amministrazione si accorge di quello che sta succedendo e si sporge a guardarmi. L’ufficio è rialzato, quindi da quell’altezza non c’è lenzuolino che protegga.

Ragazzo: “Ehm, ehm, ehm” abbassa lo sguardo imbarazzato “signora, vuole che l’accompagni in una stanza dove può allattare con tranquillità?”

DEO GRATIAS! Cervello, pancia e dignità cominciano a ballare la conga per il sollievo. Ringrazio il gentile dipendente e mi preparo a seguirlo perchè, conoscendo A., so che non sarà una cosa breve e mi sono già stufata di sentirmi come un babbuino al bioparco.

Sapete qual è la cosa veramente divertente? Pensateci: se persino l’amministrazione non ha un ufficio ma delle semplici scrivanie su un piano semi rialzato del supermercato, in che genere di stanza potranno mai mettermi?! Ebbene, caro tu che leggi, il gentile dipendente mi ha portato nel locale in cui il macellaio smembra le carcasse degli animali e fa le salsicce (per fortuna era tutto vuoto e pulito). A parte i primi momenti di raccappriccio, A. ha gradito la tranquillità dell’ambiente e quindi anche io sono riuscita a rilassarmi. Dopo aver finito la pappa, abbiamo finito la spesa e siamo tornate a casa in tutta calma.

Vabbè, ma la morale della favola? chiederete voi. Eccola: mamme, non vergognatevi ad allattare in pubblico! Troppo spesso sento mamme che si precludono il piacere di uscire per più di due ore per paura di trovarsi in situazioni del genere. Non va bene, dobbiamo riabituare il mondo a considerare normale allattare per strada, al supermercato, all’università, allo stadio, in aeroporto, in chiesa/sinagoga/moschea/tempio. Non stiamo uccidendo nessuno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare, qualcuno pronto ad aiutare, qualcuno che semplicemente farà finta di nulla. L’importante è che il mondo non si scordi che non c’è differenza tra il mangiare un pezzo di pizza e allattare al seno e che le persone perdano questo pseudo-pudore che solleva risolini, facce disgustate, battutite davvero insopportabili.

E se l’imbarazzo sembra troppo grande da superare? Prendi un bel respiro e guarda tua/o figlia/o. I bambini sono la trasparenza fatta persona. A loro non importa se puzzi per il sudore, se non ti pettini i capelli da tre giorni, se hai lo smalto sbeccato o se hai messo su troppi chili e vai in giro con il bottone dei pantaloni slacciato. A loro importa l’essenziale. A loro importa sentire l’odore della pelle di mamma e di papà, sentire il battito del loro cuore quando hanno bisogno del contatto fisico e trovare un seno a cui attaccarsi (non gliene pò fregà de meno se è nudo e in bella mostra). Se vostro figlio non si fa problemi, voi non dovete farvi problemi. Nessuno deve darvi il permesso di allattare in pubblico, così come nessuno deve impedirvi di rinunciare a uscire di casa solo perchè situazioni del genere sono ancora tabù. Ricordatevelo e lasciate che l’imbarazzo trovi qualcun altro da importunare.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #1 Dacci oggi la nostra ansia quotidiana

Dopo una lunga assenza torno sul blog. Stavolta riparto con un paio di progetti, di cui il primo è proprio questo: Mamme si diventa intende essere una rubrica per quelle che, come me, non si sono mai sentite portate per la maternità, ma che hanno imparato/stanno imparando/impareranno a godersi questa bellissima avventura! Buona lettura 🙂


Ebbene eccoci qui.
Mamma da poco più di una settimana e ho già imparato una lezione importante.

Non importa quanto tu possa essere fredda, razionale, emotivo-disordinata, quando ti metteranno quella minuscola (spesso brutta, almeno all’inizio) creaturina tra le mani, il tuo cuore duro, cinico e insensibile si scioglierà come una pralina lindor. Non so se hai presente, ma funziona un po’ come l’Innominato e Lucia.

Chi mi conosce sa che non sono una mamma pancina, che prima di partorire mi divertivo a constatare quanto certe mamme siano ansiose e che me la tiravo dicendo che avrei gestito benissimo la situazione, eppure l’effetto Lucia Mondella è arrivato e m’ha investito in pieno. L’ho avvertito solo con un leggero ritardo rispetto alle altre.

Perciò, il primo post di questa rubrica lo voglio dedicare al sintomo più frequente di mammite acuta post-partum: l’ansia. Mettiamo subito le cose in chiaro: care mamme (o papà), se leggendo quanto segue vi troverete in ciò che dico, mettetevi l’anima in pace, ammettete di essere affetti da questa brutta bestia e… cercate di farvela passare, perchè non fa bene né a voi, né al vostro partner, né al vostro bambino.

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N.B. Questo articolo è a puro scopo ludico e di intrattenimento, pertano non rappresenta la descrizione di un quadro clinico né intende esserlo.

Di cosa stiamo parlando. L’ansia da genitorialità si contraddistingue per i continui e numerosi viaggi mentali verso ogni tipo di disgrazia che può capitare al proprio figlio. Si tratta delle leggi di Murphy decuplicate e applicate alla crescita e alla salute del bambino. Il vostro non è un figlio come tutti gli altri, non può avere un normale sviluppo, è costantemente soggetto alle insidie della natura, pronto a divenire vittima del fato avverso. In Ogni rantolo, lacrima, strilletto, caccola, crosticina o diarrea non vedete un evento fisiologico, ma una disgrazia incombente.

Per coniugare la teoria alla pratica (e per farci quattro risate), faccio qualche esempio delle paranoie che si sono succedute nel corso della prima settimana di vita di mia figlia.

  1. La mattina dopo il parto (ho partorito all’1:34 di notte) era ancora in osservazione e io continuavo a chiedermi “perché è ancora nell’incubatrice? Sta male? Forse ha qualche problema e non vogliono dirmelo”. [Non aveva nessun problema, volevano solo monitorarla per essere sicuri andasse tutto bene visto che il parto non è stato una passeggiata]
  2. Domenica: ha il battito leggermente inferiore alla media, soprattutto durante il sonno.
    Mia reazione: oh-santo-CIELO! Morirà mentre dorme?
    [In realtà è bradicardica, proprio come me e metà della mia famiglia]
  3.  Lunedì: ha dormito molto tempo, troppo tempo. Circa 8h di fila. La puericultrice al telefono mi ha sgridata e mi ha detto che i bambini vanno allattati ogni 3/4h perchè è la loro unica fonte di idratazione. Ovviamente ho passato il resto del giorno a incolparmi perché ho creduto che A. (iniziale nome di mia figlia) stesse per morire disidratata.
    [Nel giro di una giornata ha preso da sola i normali ritmi sonno-veglia]
  4. Martedì:il peso del bambino. Non so voi, ma io e mio marito abbiamo scelto di non comprare la bilancia, sia perchè non volevamo un altro impiccio per casa sia perchè temevamo di finire schiavi del meccanismo “pesala ogni giorno, altrimenti come fai a sapere se cresce bene?”.
    [Cari genitori, dopo questa piccola ansia durata mezza giornata ho stabilito che un bambino che cresce – soprattutto se così piccolo – si vede benissimo. Siamo stati dal pediatra per la visita di controllo post dimissione e A. era cresciuta di parecchio. Quindi, se avete la tentazione di spendere i soldi per comprare la bilancia, DESISTETE. Piuttosto spendeteli per comprare taaanti lenzuolini per il cambio, in un giorno siamo riusciti a cambiarne tre a causa di rigurgiti, pipì, popò e altri incidenti puzzolenti e inaspettati. Al contrario della bilancia, i lenzuolini sono utili, non impicciano e non sono mai abbastanza!]
  5. Mercoledì: il moncone ombelicale. Questo è forse il peggior incubo di ogni neo-mamma che non ha mai avuto a che fare con un bambino piccolo. Questo mozzicone essiccato che penzola dall’ombelico appare come la porta per ogni genere di malattia da terapia intensiva. Non importa quanto il pediatra dell’ospedale o della clinica in cui hai partorito ti tranquillizzi sul fatto che la cura del moncone sia facile e gestibilissima; se – come me – hai qualche lontana zia che a tre giorni dal parto viene a raccontarti di come a suo nipote si è infettato ed è finito al Bambin Gesù per giorni e giorni, anche tu avrai l’ansia fino alla gola.
    [Questa è stata l’ansia più brutta da gestire. E’ durata fino a venerdì, giorno in cui il maledetto moncone è finalmente caduto senza troppi problemi. Dunque, se seguite le indicazioni della clinica sulla cura del moncone, non dovrebbe insorgere alcun problema. Tranquillizzatevi e godetevi la mummificazione del moncone senza troppe paranoie.]
  6. Giovedì: la paura che smetta di respirare mentre dorme. Ammettetelo, almeno una volta anche voi vi siete alzati di notte per controllare che respirasse. [La cosa pazzesca è che di giorno non lo faremmo mai, mentre di notte qualsiasi problema diventa una questione di vita o di morte. Bah, misteri dell’animo umano]
  7. Sabato: i virus e la gente inopportuna. Avete presente le persone che non si rendono conto di avere a che fare con un esserino nato da soli pochi giorni? Avete presente che la prima cosa che fanno queste persone è toccare quell’esserino dappertutto e magari chiedere anche ai genitori di poterlo prendere in braccio? Avete presente che, a volte, queste persone non sono sconosciuti ma amici, parenti, vicini di casa? Avete presente quella spiacevole sensazione che vi investe la bocca dello stomaco e vi sussurra all’orecchio un monito ancestrale? Cari genitori, questa NON è un’ansia. A costo di sembrare una nazi-mamma, vi consiglio di lasciar perdere ogni pudore e di negare a queste persone di prendere in braccio, toccare le manine, dare i bacetti sul viso ecc… il massimo che io e mio marito abbiamo concesso finora a persone che non sono i nonni è stato giocare con i piedini e fare il solletico sulla magliettina con un dito. “Esagerata!” direte voi. Forse. Ma la bambina è nata una settimana fa, ha poche difese immunitarie e, soprattutto, non è il Sacro Graal né il piede di san Pietro, perciò non c’è alcun motivo per cui la gente debba toccarla o prenderla in braccio.

Rimedi contro l’ansia. Ma c’è una cura per questa situazione invivibile? Dopo una settimana in cui stati d’ansia e di gioia si sono alternati pericolosamente nel mio cervello, ho stilato una piccola lista di memoranda a cui penso quando sento montare l’ansia di turno, onde ritornare alle grottesche paranoie di qualche giorno fa. I rimedi sono classici, economici, ma richiedono qualche sforzo di autocontrollo:

  1. Avere più fiducia in se stessi. La formula magica è tutta qua. Spesso l’ansia è data dal fatto di non sentirsi adeguati in questo ruolo in cui siamo incappati. L’intero ecosistema pare suggerirci che non siamo in grado di crescere e salvaguardare un piccolo esemplare di homo sapiens. Ma se la vita ci ha dato il compito di crescere un figlio, vuol dire che abbiamo le capacità per farlo. Ci vorrà tempo, tanta umiltà per imparare, dovremo crescere in responsabilità e affrontare le nostre paure, ma non ci sono indicazioni patenti che non possiamo farcela. Quindi, su con la vita!
  2. Condividere i nostri dubbi (e le nostre certezze) con il partner. Genitori, condividete, con-di-vi-de-te, CONDIVIDETE. Il lavoro di coppia è fondamentale. Laddove non arriva l’uno, c’è l’altro. E laddove non arriva nessuno dei due, c’è una coppia di genitori che impara insieme. I vostri figli sono il frutto di una condivisione (lo attesta lo stesso DNA), dunque anche la loro crescita ed educazione deve essere un lavoro di concerto.
  3. Affidarsi al pediatra e alle sue indicazioni. Se c’è una persona che ha studiato, ha una vasta esperienza al riguardo ed è degno di fiducia, quello è il pediatra. Soprattutto nei primi mesi di vita è importantissimo confidare in ciò che dice il pediatra. Se vi dà un’istruzione (es. non tagliare le unghie al neonato per i primi venti giorni) e la nonna/lo zio/la cognata/il fratello vi dice il contrario (“ai miei figli le ho tagliate subito e non è mai successo niente”), dovete sempre – e dico SEMPRE – fare quello che il pediatra vi dice. E’ possibile che si tratti soltanto di “mode mediche”, ma gli altri (a meno che non siano laureati in medicina pediatrica) non sono nessuno e ciò che possono mettere a disposizione è la propria esperienza personale, non l’opinione professionale di un medico.
  4. Non leggere su internet. Questa è forse la prova peggiore, cari genitori padawan, ma la più difficile. Oggi si può googlare qualsiasi cosa e trovare qualsiasi cosa. Potreste cercare informazioni su “neonato che grufola quando beve il latte” e, dopo aver finito di “documentarvi” in rete, convincervi che vostro figlio abbia un cancro alla bocca dello stomaco. Perciò, per l’amor del cielo, state boni co’ ‘sto Google e, se avete qualche dubbio, chiamate il pediatra o la puericultrice di riferimento.
  5. Ascoltare le esperienze altrui (ma con molta prudenza). Chiedere un consiglio ad altri genitori di cui vi fidate non è sempre una cattiva idea, purchè rispettiate la gerarchia descritta qui sopra. E’ ovvio che chi ha avuto figli prima di noi possa essere una fonte di informazioni e consigli, ma a mio avviso solo da un punto di vista pratico (es. come fare il bagnetto, quale carrozzina comprare, quand’è meglio passare dalla culla al lettino ecc.). Per tutto ciò che riguarda la salute e l’alimentazione del vostro bambino, rivolgetevi sempre al pediatra.

Direi che per oggi è tutto. L’ansia è davvero una brutta bestia e rischia di non farci godere questi bellissimi primi giorni insieme ai nostri figli. Il suo arrivo è inevitabile. Se non avessimo paura di sbagliare, saremmo degli incoscenti – oltre che degli stupidi. Ciò che possiamo fare è ridimensionarla e incanalarla in maniera sana nel nostro stile di vita, imparandola a gestire nel migliore dei modi.

Nella speranza che la mammite acuta post-partum passi presto e che questo sfogo/condivisione possa essere utile, mando un saluto a tutti i genitori ansiosi!