Autori con la sindrome di Rowling. Quando il protagonista non c’è

Durante l’ultimo periodo della gravidanza ho letto l’intero Ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini, meglio conosciuto come la saga di Eragon. Il commento in questione non è una recensione simpliciter. Ciò che vorrei condividere è il fatto che, dopo quattro romanzi (peraltro lunghissimi e, per la maggior parte delle pagine, inutili), ancora non capisco perché Eragon sia considerato il protagonista. Siamo di fronte all’ennesimo caso di sindrome di Rowling, così ribattezzata dalla sottoscritta perché Harry Potter è il classico esempio in cui, in un romanzo, O G N I singolo personaggio secondario risulta letterariamente più interessante del protagonista.

La sindrome di Rowling è uno stato patologico in cui l’autore non può far a meno di rendere insopportabile il protagonista, tanto da suscitare un certo astio anche nel lettore più tassorosso che ci sia. Non tutti hanno questa particolare dote: qualcuno di voi ha mai tifato per Mondego leggendo il Conte di Montecristo? O per Creonte, invece che per Antigone? No. Perché Edmond Dantès e Antigone sono dei dannati protagonisti e il lettore si rispecchia in loro o ne prende le parti. Allora perché in alcuni libri accade il contrario? Provo a dare una risposta.

Lincoln Rice GIF

Il protagonista dev’essere un personaggio credibile. In realtà, tutti i personaggi devono essere credibili, ma con il protagonista la storia è diversa. Anche se un autore non ha intenzione di descrivere la classica lotta tra Bene e Male, tra eroi e tiranni, il protagonista deve necessariamente avere “un qualcosa in più”. Il carattere, che va definito con estrema accuratezza fin dall’inizio della scrittura, deve essere eroico a suo modo. Si tratta di far emergere quelle caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri, migliore in termini di interesse letterario. Il lettore, in questo caso, empatizza con il protagonista non tanto perché si rivede caratterialmente in lui, ma rispecchia se stesso in ciò che il personaggio vive o gli capita. (Anche se non siamo nani alla ricerca dell’oro di Erebor o mezzuomini pesaculo, chiunque ha letto lo Hobbit ha patito con Thor il suo desiderio di riconquistare la montagna o ha sperato con Bilbo di tornare a casa). Purtroppo, la moda degli ultimi anni in casa fantasy è quella di creare protagonisti vuoti, in cui qualsiasi lettore possa tecnicamente rispecchiarsi ma che in sostanza non ha nulla di credibile. L’esempio lampante di personaggio vuoto è Bella Swan di Twilight. Insomma, anche il criceto di mia nonna è dotato di più intelligenza e personalità di Bella Swan. Un character del genere è commercialmente molto utile, perché il lettore medio si sente rassicurato e può facilmente “sostituirsi” al protagonista, ma gli autori dovrebbero aspirare a vendere un prodotto o a creare un capolavoro?

Inoltre, deve avere un carattere ben delineato. “Il suo nome è Nessuno”. No, non è una citazione dall’Odissea, ma l’odissea del lettore di fronte a certi protagonisti. Nessuna motivazione, caratterizzazione zero, boe fluttuanti nel vasto mare della narrazione, alcuni personaggi principali hanno il peso scenico di Kate Moss. Perché? A mio avviso, molti romanzi fantasy vengono scritti con l’ottica di un’automimesi dell’autore/autrice. Difficilmente si è in grado di analizzare se stessi, mettendo in luce pregi e difetti, desideri e paure, senza essere eccessivamente coinvolti. Questo comporta una caratterizzazione confusa, a volte paradossale, in cui il personaggio accoglie in sé le contraddizioni dell’autore senza fornire al lettore un punto di vista chiaro con cui interpretarlo. Facciamo un esempio:
Autrice: “Ciao, mi chiamo Stephanie e sogno una storia d’amore con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro”.
Editor: “Ehm, okay… qual è il motore dell’azione? C’è forse l’impulso a scandagliare le profondità del desiderio umano costantemente in bilico tra il cielo e l’abisso?”
Autrice: “No, non hai capito. Voglio raccontare una storia d’amore di una come me con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro.”
[Per chi non avesse capito, questa è la ricostruzione ipotetica della nascita di Twilight]
…ma ognuno di noi avrà qualche altro esempio in mente.

Il protagonista deve avere un arco di sviluppo. Se un personaggio non compie un percorso, ha lo spessore letterario di un pacchetto di patatine light. Eppure capita assai spesso di imbattersi in protagonisti che restano uguali, o quasi, dall’inizio alla fine della storia. Le alternative sono due: o il protagonista è un monaco nepalese che ha raggiunto la massima illuminazione possibile, oppure c’è qualcosa che non va. Purtroppo nel fantasy (e nella fantascienza, ahimè), gli autori tendono a prediligere l’intreccio all’approfondimento psicologico. Colpa forse della necessità del genere, in cui grosso peso ha l’ambientazione, sta di fatto che in molti romanzi fantastici i personaggi risultano statici e noiosi. E qui si ritorna a Eragon… il quale, devo essere sincera, sembra percorrere un arco di involuzione piuttosto che di evoluzione: nell’ultimo romanzo della tetralogia, il giovane cavaliere dei draghi arriva a pensare e ad agire con la lucidità mentale di un undicenne; mentre, nel primo romanzo, arrivava a fare scelte più o meno mature per un sedicenne.

Possono esserci personaggi interessanti, ma il più interessante dovrebbe essere lui. Eh, sì! Se Watson fosse stato più interessante di Sherlock, sarebbe stato lui il protagonista, no? Va bene, Moriarty è un figo. Ci sta. Si chiama “fascino del cattivo ragazzo” ed è il motivo per cui molti villain ci piacciono più degli eroi. Ma l’antagonista deve essere la nemesi del personaggio principale, quindi la legge del “da grandi heroes derivano grandi cattivi” (formula inventata sul momento! NdA) è accettabile. Il problema si presenta quando persino lo-zio-del-nipote-della-locandiera-del-villaggio-confinante-con-quello-del-protagonista risulta un personaggio più avvincente di lui. E qui come non citare il nostro maghetto non-preferito?! Caspita, la Rowling ha battuto un record storico: in sette libri non è riuscita a creare un personaggio meno interessante di Harry Potter. Insomma, il ragazzo che è sopravvissuto a Voldemort è persino più noioso del gufo sfigato della famiglia Weasley. Quindi, autori miei, sì a creare antagonisti con i contro-caSCHi, ma sforzatevi anche per quel povero protagonista!

Buoni esempi di caratterizzazione del protagonista. Date che a me piace il lieto fine, non posso lasciarvi con l’amaro in bocca. Di seguito trovate una serie di opere viste o lette recentemente, i cui protagonisti sono personaggi effettivamente ben riusciti.
Romanzo: Jane Eyre di Charlotte Brontë
[Esempio di romanzo in cui la profondità dei personaggi emerge e tiene incollato il lettore alla pagina senza bisogno di intrecci rocamboleschi]
Serie tv: The Following di Kevin Williamson
[Serie molto cruenta, di qualità discutibile nella seconda stagione, ma con un protagonista e un cattivo epici]
Film: Fury di David Ayer
[Solitamente non amo i film di guerra, ma in questo piccolo gioiello ogni personaggio è descritto con grazia e autenticità]

Quali sono i vostri protagonisti preferiti? E quelli che vi sono piaciuti un po’ meno?

“The Place” di Paolo Genovese

Ieri ho finalmente visto il nuovo film di Paolo Genovese e ho deciso di dare inizio alla sezione dedicata al cinema e alle serie con questa pellicola. La mia non sarà una recensione tecnica (per questo tipo di resoconto vi rimando a quella di Boris Sollazzo su Rolling Stone, che ho trovato senza dubbio la migliore di quelle in rete), sarà piuttosto una considerazione di carattere teoretico. Non mi occuperò della grammatica dell’opera, ma del contenuto delle sue proposizioni cinematografiche.

Riporto qui velocemente la trama, per permettere anche a chi non ha visto il film di poter seguire la mia riflessione:

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Sebbene l’uomo dichiari di non affidare a nessuno compiti impossibili, ognuna delle sue richieste implica di andare contro tutti i principi etici. (Fonte Wikipedia)

***ALERT SPOILER***
QUESTA RECENSIONE CONTIENE NOTIZIE CHE SVELANO LA TRAMA DEL FILM

IL GENERE. Partiamo dalle cose semplici. Che tipo di film è The Place? Si tratta di un dramma etico, cioè una tragedia che ha al centro un discorso etico (in questo caso forse più d’uno). Questo genere aiuta l’autore ad affrontare in poco più di un’ora tematiche che nella versione originale dell’opera (la serie tv The Boot at the End) necessitano di due intere stagioni. Il fine del dramma etico, infatti, non è quello di intrattenere gli spettatori con una serie di peripezie in grado di far tenere il fiato sospeso, ma quello di suscitare nel pubblico una serie di domande morali cui, in realtà, non spetta sempre all’autore dare una risposta precisa. La trama, quindi, è funzionale alla rappresentazione dei caratteri etici, non deve sorprenderci, può essere prevedibile e ha l’unico compito di fornire uno sfondo su cui i personaggi evolvono con le loro scelte.

IL PALCOSCENICO. L’ambientazione del film, da alcuni criticata per l’eccessiva spersonalizzazione, è la longa manus di questo genere.  Tutta la pellicola si svolge all’interno di un bar, The Place; tutta l’azione si svolge a un tavolino, in cui Mastandrea dialoga di volta in volta con i protagonisti che portano avanti la trama attraverso i loro racconti. Il motivo di questa scelta è essenzialmente il carattere universale che Genovese vuole dare al film: questo dramma non ha bisogno di un contesto, né di una specificazione geografica, sociale o temporale, perché il nucleo fondamentale del discorso etico si ripropone di generazione in generazione dall’inizio dei tempi (letteralmente, basta pensare alla narrazione biblica e alla storia di Lucifero o di Adamo ed Eva) e si riproporrà fino a che un essere dotato di libero arbitrio abiterà l’universo. Non c’è bisogno di sapere se i personaggi siano italiani, se appartengano al ventunesimo secolo o se provengano da una famiglia ricca o povera, davanti all’uomo che offre la possibilità di realizzare i propri desideri potrebbe esserci un antico romano, una dama inglese di fine Ottocento o un samurai del periodo Edo. Potremmo esserci anche noi.

IL TEMA. Scegliere ha un costo. Ma qual è il prezzo della libertà? Ogni personaggio è posto di fronte a un problema: qualcosa nella sua vita non va per il verso che a lui pare quello giusto. Così si rivolge a chi è in grado di dare una possibilità di cambiamento per il verso desiderato. A ogni situazione, vissuta come innaturale e ingiusta, corrisponde un’azione che va contro la natura del dato personaggio (a una suora che ha perso Dio viene chiesto di rimanere incinta, a un cieco che vuole riacquistare la vista per amare viene chiesto di violentare una donna, a una donna che vuole che suo marito la ami perdutamente viene chiesto di distruggere una coppia di sposi, a un uomo che vuole una donna bellissima da “usare” per un rapporto sessuale senza amore viene chiesto di difendere una bambina, a un uomo che vuole guarire la malattia di suo figlio viene chiesto di uccidere la figlia di un altro uomo, a una donna che vuole salvare la vita dell’anziano marito viene chiesto di fare una strage con una bomba e così via…). Di fronte all’opportunità di ottenere ciò che si vuole, tramite atti contrari ai propri principi, si profila la scelta più dolorosa di tutte: accettare la drammatica realtà o agire contro se stessi per cambiarla? Qui a scontrarsi non sono due semplici opzioni, ma due concezioni di libertà diametralmente opposte. La prima interpreta la libertà come “poter-cambiare”, potersi imporre con la propria volontà su ciò che ci capita, laddove l’accettazione è invece vista come pura passività. La seconda è la libertà di prendere su di sé il peso della propria vita e portarlo nonostante tutto. Sebbene solo la prima sembri comportare una certa attività da parte di chi compie la scelta, anche la seconda implica un’attività, meno evidente della libertà di “poter-cambiare” ma altrettanto potente nelle sue conseguenze. Qual è la scelta più dolorosa? Difficile dirlo. Perché nel primo caso, lo scotto da pagare è la propria anima; nel secondo, il dover accettare che non tutto è sotto il nostro controllo e il doversi convincere che nella vita nulla è mai perfetto. Il dramma etico si gioca tutto qui.

IL VINCITORE. L’unico personaggio che mi appare il vero vincitore è Marcella, interpretata dalla Lazzaroni. Il motivo è semplice: è l’unica che prende coscienza dell’importanza di rimanere sempre fedeli a se stessi e per questo sceglie di non agire, di non cambiare il corso degli eventi. Epica la considerazione che fa nel dialogo finale con Mastandrea, in cui spiega che, se anche fosse riuscita a far tornare quello di prima il marito malato di Alzheimer, lei non avrebbe più potuto tornare come quella di prima dopo aver compiuto una strage. Quale senso ha recuperare un rapporto se poi l’equilibrio che lo reggeva in precedenza risulta irrimediabilmente spezzato dalle nostre azioni? Non è a caso che sia proprio lei l’ultima tra i protagonisti a concludere il suo rapporto con l’uomo di The Place. È vero, è anche l’unica che non ottiene ciò che vuole, ma è proprio questo a rendere il suo personaggio ancora più eroico. Il padre del bambino malato, anche se sceglie di non uccidere, non sperimenta fino in fondo le conseguenze della sua scelta (mi riferisco alla miracolosa guarigione di suo figlio che ribalta inaspettatamente il corso degli eventi). Il suo personaggio costituisce l’eccezione alla regola e per questo non è un personaggio esemplare. Lo stesso si può dire del controverso poliziotto, che stipula più di un accordo ma che alla fine si redime.

L’UOMO DEL TAVOLO OVVERO LA POTENZA DELLA REDENZIONE. Infine, un’ultima parola va spesa sul personaggio di Mastandrea. Devo ammettere che mi è piaciuto il fatto che non si capisca fino in fondo chi sia o per “chi” lavori (il diavolo?), questo rende il film una pellicola accoglibile da tutti e non un film confessionale. C’è poi da dire che, grazie al suo personaggio, Genovese è stato in grado di dare una svolta positiva a quella che fino agli sgoccioli è stata una vera e propria tragedia. Stanco degli orrori di cui è in parte artefice e in parte testimone, l’uomo di Mastandrea si domanda se dopo tanto male sia possibile ricominciare, gli viene risposto di sì. A rispondere in questo modo è Angela, personaggio tanto enigmatico quanto quello di Mastandrea, che invece di “dar da mangiare ai mostri” cerca solo “l’amore”. Ma non vi racconterò oltre… se volete sapere i particolari, dovete andare a vedere il film!

LO CONSIGLI? Certo che sì. Che piaccia o no, è un film che va visto.

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