Mamme si diventa #7 Battesimo e dintorni

Questo è forse uno degli argomenti più delicati per i neogenitori. Il Battesimo rappresenta un atto pubblico in cui la nuova famiglia chiede l’ingresso del proprio bambino all’interno della comunità dei credenti. In linea generale, dovrebbe essere un momento di gioia e di condivisione; tuttavia, capita che si vengano a creare una marea di problemi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento. Vediamo insieme alcuni argomenti che rischiano di trasformarlo in un inferno…

stressed out community GIF

La parrocchia: la tua, la mia o la nostra? La chiesa dove battezzare il proprio figlio dovrebbe essere quella di riferimento, cioè la parrocchia. Però, se avete alle spalle una bella storia parrocchiale e vi siete trasferiti in un altro quartiere, è possibile che uno dei due o entrambi vogliate battezzare il bambino nella vostra ex-parrocchia. Non c’è una regola da seguire pedissequamente. Ci sono genitori che, volendo a ogni costo un sacerdote specifico, organizzano il battesimo anche in chiese che non c’entrano nulla con la loro storia di fede. La cosa importante è che vi ricordiate che la parrocchia dove battezzerete vostro figlio sarà quella dove verrà registrato.

Il vestito. Per molti di voi non costituirà un motivo di discussione, ma in alcune famiglie si tramandano da generazioni vestitini appartenuti alla nonna del trisnonno. Cosa fare se uno di voi due non vuole farlo indossare al bambino? Se l’imposizione è solo da parte di una coppia di nonni, mentre i genitori sono d’accordo nel non volerglielo fare indossare, la soluzione è facile: cari mamma e papà, trovate il coraggio di dirlo apertamente. Siete voi i genitori e avete tutto il diritto di vestire vostro figlio come vi pare e piace. Se, invece, non siete portati alla discussione e volete trovare un compromesso, potete fare come ha fatto una mia amica: mettete il vestitino “della tradizione” per fare le foto o per la cerimonia. Se, invece, è uno di voi due a voler far indossare l’abitino, mentre l’altro non è molto d’accordo, cercate di parlarne. Spiegate i vostri motivi e ascoltate quelli dell’altro. Se nessuno dei due vuole cedere di un millimetro, cercate di arrivare almeno a un compromesso. Sappiate che prima o poi il bambino crescerà e vedrà quelle foto. Cosa dirà quando si vedrà vestito come un Baby George?

little women la crying GIF by Lifetime

Padrino e madrina. Anche qui, la questione si fa spinosa quando si mettono in mezzo le famiglie. Riguardo alla scelta, come anche per quella dei testimoni al momento delle nozze, esistono due scuole di pensiero differenti. La prima vuole che si scelgano parenti o amici molto stretti pur non essendo magari tipi religiosi. La seconda scuola preferisce scegliere persone che si ritengono spiritualmente valide per il compito che stanno prendendo. Personalmente, trovo importantissimo il ruolo del padrino e della madrina, quindi propendo per la seconda opzione. Con questo non voglio dire che la cugina o il fratello o chicchessia non siano spiritualmente validi per fare i padrini! Credo che un buon punto da cui partire per scegliere il padrino e la madrina sia chiedersi: qual è il significato di questo ruolo? E che significato voglio che abbia nella vita di mio figlio?

Chi invitare? Anche su questo punto ci sono differenti scuole di pensiero. C’è chi preferisce fare una cerimonia raccolta, chi invece vuole che anche il meccanico con cui avete scambiato giusto quattro parole sia presente. La regola è sempre la stessa: cercate un buon compromesso con il vostro partner. Il Battesimo non è un matrimonio, quindi potete invitare più persone senza rischiare di andare in bancarotta. L’essenziale è vivere fino in fondo quest’importante momento della vita di vostro figlio. Perciò, se ci tenete a condividerlo con più persone possibili, non badate a restrizioni.

Dresscode. Ma come… è un battesimo e c’è un dresscode? Nì. Non siamo ai livelli dei matrimoni, però non vi potete neanche presentare come se andaste alla sagra della frittella (con tutto il rispetto per le frittelle). Cercate di far capire agli invitati che la cerimonia si svolgerà in una chiesa. Ergo, NO a minigonne, bermuda, ciabatte, schiene scoperte, decolleté in vista e chi più ne ha più ne metta. Non penso che Gesù si offenda per un paio di gambe scoperte, ma io sì e se i miei invitati si presentano come se dovessero andare a fare l’aperitivo in spiaggia, li spedisco a raccogliere fragole in Lapponia. Tanto per intenderci: jeans e polo/camicia ok; havaianas NO (o, meglio, ti-uccido-solo-se-ci-provi). Se organizzate, ditelo; se siete invitati, capitelo. Genitori, non sentitevi a disagio a dire “vedi di regolarti” al vostro amico del liceo che mette solo magliette di Marylin Manson da quando ha sedici anni. Qui non si tratta di impedire la libera espressione, ma di ricordare che ci sono contesti e contesti. A volte queste nozioni basilari sfuggono…

Le foto. I ricordi sono i gioielli più preziosi nella vita di un uomo. Ti rammentano ciò che sei stato e quello che hai provato. Quindi, anche in un’occasione del genere le fotografie sono (quasi) d’obbligo. Potete affidarvi a un professionista, oppure portare la vostra macchinetta. Il solo consiglio che mi sento di darvi è di non passare la giornata a scattare foto. Cercate di delegare il compito a un invitato, altrimenti rischiate di non vivere appieno il momento.

No alcol. Se non organizzate il classico pranzo o la classica cena tra intimi, ma avete pensato a un rinfresco per tutti gli invitati, vi sconsiglio vivamente di servire alcolici. Questo per ragioni mooolto pratiche: 1) se fate la festa nei locali parrocchiali, sicuramente non ci sarà un frigo e il vino o la birra caldi fanno schifo forse più degli invitati con le havaianas; 2) sebbene ai matrimoni gli ospiti alticci siano simpatici, non lo sono ai battesimi.

Il rito. “Sono un genitore che vuole battezzare il figlio, ma non frequento molto la chiesa”. Mmmh, ok. Ci sono persone che non vanno tutte le domeniche a messa, eppure reputano importante che il figlio venga battezzato. Per far fronte a questa esigenza, i parroci organizzano mini-corsi che introducono i genitori e i padrini a questo sacramento. A cosa serve? Per esempio, a evitare che durante il rito alla domanda “cosa chiedete per vostro figlio?” i genitori sappiano rispondere correttamente (= “il battesimo”) e non cose a caso tipo “la felicità”. Detta così sembra una battuta, ma è capitato! Un po’ come quando mia mamma ha cercato di accendere il cero battesimale con l’accendino per le sigarette… stendiamo un velo pietoso!

E voi cosa ne pensate? Quali sono le situazioni che non vorreste mai vivere durante la preparazione di un battesimo?

baptism GIF

Alla prossima 😉

 

Mamme si diventa #5 I 5 miti da sfatare riguardo alla genitorialità

Il mondo dei genitori è circondato dal mistero. Non è sicuramente una circostanza voluta, ma sembra quasi che si viva in due universi distinti. Diventare genitori ti autorizza a entrare nel privé della genitorialità e apre le porte a quelle che fino a poco tempo prima sembravano pratiche esoteriche. Io e M. (=Marito) “ci siamo dentro” da quasi due mesi e ci sono un paio di cosette che ci sentiamo in dovere di far sapere a chi è in procinto di diventare genitore oppure ha solo la curiosità di accedere a questo mondo mitico (“mitico” in tutte le accezioni che il vocabolario Treccani fornisce). Troppo spesso ci siamo sentiti ripetere frasi che, una volta arrivata A., abbiamo scoperto essere delle vere cavolate. Ecco i nostri 5 miti da sfatare riguardo all’essere genitori.

Homer e Marge Simpson nella serie tv (2012 TCFFC)

1. La vostra vita non sarà più come prima. Questa è una mezza verità. Come tutti i grandi avvenimenti nella vita, ti cambiano fintanto che tu gli permetti di cambiarti. Chi dice che ora non ha più tempo per fare quello che ama è probabile che menta o non sappia organizzarsi. E’ vero, non potrai più fare TUTTO quello che facevi prima di avere un figlio, ma se hai una passione e riesci a gestire bene il tuo tempo e quello del bambino (e se sei anche aiutato da chi ti sta intorno), puoi riuscire a far combaciare entrambi gli aspetti. [Nonostante la gravidanza, sono riuscita a dare tre esami a giugno e ne darò uno a settembre. Certo, è stato faticoso e non ho preteso di raggiungere i livelli di concentrazione pre-parto, ma ho portato avanti i miei progetti e sono felicissima di averlo fatto.]

2. La vostra vita sarà esattamente come prima. Abbiamo sentito anche questa frase, anche se meno spesso della precedente. Ecco, prima di avere un figlio non ci permettevamo di entrare in merito a quest’affermazione, nonostante nutrissimo i nostri dubbi… ora che siamo mamma e papà possiamo dire che chi la pensa esattamente in questo modo non sta facendo il genitore oppure ha qualcuno che lo sta facendo al posto suo. Diciamocelo, com’è possibile che riusciate ad andare tutti i weekend a ballare? Tre volte a settimana palestra, due volte yoga, poi la notte ci pensa la mamma o la nonna, il sabato sera con gli amici, la domenica a calcetto, e il lunedì il vostro bebè alza la cornetta e chiama il telefono azzurro. Perché alla fine o diventa Jack lo Squartatore o si fa ricoverare per i complessi d’abbandono che gli fate venire. [Ok, va bene, è necessario ritagliarsi del tempo per sé, ma – come si dice a Roma – fino a una certa. Avete un figlio, non vi siete fatti un gatto o un pesce rosso.]

3. E’ chiaro che il rapporto principale sarà quello con la madre. Non si sa quante volte mi hanno ripetuto questo discorso. A dirlo erano sia uomini sia donne. Non intendo fare la femminista, ma penso che questo assunto sia veramente frutto di un retaggio culturale vecchio di almeno un secolo. Prendiamo come esempio A.: l’abbiamo concepita insieme; durante la gravidanza, M. si è incaricato di fare da solo tutto quello che prima facevamo insieme o facevo io; nel momento del parto, M. non mi ha lasciata sola un secondo. In che modo A. è legata più a me che a lui? Qualcuno mi ha risposto che il legame si crea anche per via dell’allattamento. Benissimo, ho risposto, per questo mi tiro il latte e lascio che M. la allatti quanto lo faccio io. Papà, non fatevi influenzare da queste voci: il vostro ruolo è fondamentale ed è importante fin dalla nascita, perciò non rinunciate al rapporto con i vostri figli pensando che “a pelle” preferiscano la mamma. E voi, mamme, se avete la fortuna di avere accanto uomini meravigliosi che vogliono fare i papà, permetteteglielo, rinunciate a essere presenti e regalate al bambino e al papà del tempo esclusivo da trascorrere insieme. [D’altronde voi avete un vantaggio di 9 mesi da fargli recuperare. 😉 ]

4. Scordatevi il romanticismo, i figli diventeranno il centro della vostra esistenza. Questo, più che un mito da sfatare, è un pericolo da evitare. Quando i bambini sono piccoli piccoli viene spontaneo stargli sempre vicino, coccolarli, prendersene cura… poi diventano grandi e pretendono mille attenzioni. Il risultato è che, se mamma e papà non sono in grado di porre un freno, finiranno per non avere più tempo o spazio per loro stessi. Intendiamoci, ognuno può far quello che gli pare, purché poi non ve ne lamentiate con gli amici o con i parenti. “Sono tre anni che non vado a cena fuori con mio marito”, “Io e mia moglie non riusciamo ad avere un attimo di intimità da mesi”… però quando capita l’occasione sono i primi a non voler mollare la presa sui figli. Conoscendomi, so che quando mi preoccupo divento un accollo spropositato. Per questo motivo, io e M. ci siamo promessi di ricordarci sempre che la persona a cui abbiamo giurato amore eterno non è A. Già dopo poco tempo dalla nascita, abbiamo cercato di ritagliarci almeno una sera a settimana per stare da soli. Non sarà molto, ma ci aiuta a consolidare il nostro ménage. [Su questo argomento penso di scrivere un post approfondito più avanti]

5. Viene tutto molto spontaneo e naturale.Dulcis in fundo, il mito numero uno, il più temuto dalle madri inesperte come me: essere genitori è l’esperienza più naturale del mondo. Questo vuol dire che se in voi non ci sono genitori pancini, non siete fatti per avere figli. Beh, vi confesso una cosa: prima di avere A., credevo di essere l’ultima persona al mondo a poter diventare una mamma. No, essere genitori non è naturale. O almeno, non lo è più. Non si nasce più “genitori”. Anzi, oggi è persino difficile ritagliarsi un ruolo diverso da quello di figli. Ci consideriamo e siamo considerati eterni bambinoni. Non credete a chi vi dice che viene tutto spontaneo. Viviamo in un mondo in cui nulla è più spontaneo, neanche l’insalata. Perciò, se pensate di non essere un granché come genitori, non spaventatevi, non fatevi venire i complessi. Essere genitori è un’arte e, come tutte le arti, è solo marginalmente spontanea. Ci vuole tanto impegno e umiltà, un cuore disposto a imparare ad amare e molta pazienza con se stessi. L’ho già detto altre volte? Forse. D’altronde è lo slogan di questa rubrica: genitori si diventa!

Questi sono i nostri 5 miti da sfatare, ma scommettiamo che ce ne sono moltissimi altri. A voi ne viene in mente qualcuno?

Alla prossima 🙂

Mamme si diventa #4 Genitori e insonnia

Giorno di insonnia numero ventitré.

La tortura procede, ma M. e io continuiamo a tener duro. Se Frodo e Sam sono riusciti ad arrivare a Mordor, noi riusciremo a sopravvivere a questo. I genitori con più anzianità rispetto alla nostra continuano a dirci che i primi tempi sono durissimi, ma che poi ci si abitua. Sarà… sta di fatto che questa nuova vita ci sta mettendo alla prova.

All’inizio (forse il primo giorno, ma non ne sono del tutto sicura), eravamo felici di svegliarci per precipitarci dalla piccola A. e sfamarla. Poi (il secondo giorno) è iniziata a diventare difficile, ma abbiamo garantito le massime prestazioni a ogni poppata/cambio di pannolino. Con il passare dei giorni (dal quarto o quinto giorno), vedendo la stanchezza dell’altro, ci si sacrificava dicendo “non ti preoccupare, ci penso io”. Ma una volta giunti alla piena maturità (una settimana scarsa), la situazione è precipitata: adesso, mentre A. si lamenta e piagnucola, parte la gara a chi fa finta di dormire più profondamente nella speranza che l’altro si alzi al posto proprio. E’ una competizione all’ultimo sangue, in cui perde sempre chi ha più senso di responsabilità (solitamente è M., io fingo di essere svenuta o morta… solo che poi la devo comunque allattare, perciò mi tocca alzarmi in un modo o nell’altro).

Senza contare la stanchezza durante il giorno, la casa in condizioni deprimenti (-issime), il frigo vuoto… ogni piccolo problema diventa un ostacolo insormontabile un po’ perché ora lo devi affrontare con un bambino (sfido io ad andare a fare la raccolta differenziata quando a casa sei da sola con la bambina), un po’ perché il non dormire fa calare di tantissimo le prestazioni. Insomma, essere genitori è proprio una faticaccia.

Più passa il tempo e più mi accorgo che, quando la famiglia si allarga, si è obbligati a imparare a morire a se stessi. Dico “obbligati” perché non è scontato che un genitore sia ben disposto a sacrificarsi in questo senso. Sono tutti buoni a desiderare e a fare grandi discorsi sui figli, ma la realtà è tutt’altra storia.

Come durante una corsa si giunge a un momento in cui ci sembra di avere i polmoni in collasso, superato il quale, però, il corpo è in grado di tornare a correre, così anche nei primi tempi dalla nascita di un figlio si può arrivare a quel punto di rottura in cui non ce la facciamo più a mangiare di corsa, a dormire per non più di tre ore di fila, a cercare di calmare un bambino che piange a squarciagola perché vuole mangiare ma la mamma è a fare la sua prima doccia da tre giorni a questa parte.

1433130861-0
Immagine presa da Doodle Diary of a New Mom di Lucy Scott

Come superare questo momento? Innanzittutto, restando uniti come coppia e stringendo i denti insieme; poi, potete provare a seguire questi piccoli accorgimenti che, nel nostro caso, stanno funzionando abbastanza bene.

Se il bambino dorme, tu dormi. La grande verità, che neanche Osho sarebbe riuscito a pensare con così tanta profondità, è semplificabile in tre parola: se dorme, dormi. Non c’è storia che tiene, fregatene della casa da sistemare, fregatene del libro che stai leggendo o della vicina che ti ha scritto se può venire a prendere un caffè. Se hai sonno e miracolosamente il bambino dorme, tu poggiati ovunque sia possibile e dormi. Che si tratti di dieci minuti o un’ora, quel riposo ti farà bene.

Se siete entrambi a casa, alternatevi a fare le cose. Lo so, non tutte hanno sposato Mrs. Doubtfire, ma è importante che il partner collabori nella gestione del bambino. Di solito, i maschietti tirano fuori la questione del lavoro per evitare di alzarsi durante la notte. Se è così, vi consiglierei di ricordare ai papà (senza litigare!) che anche voi state lavorando pur non facendo orario d’ufficio. Io e M., per esempio, stiamo provando a “dividerci la notte”. Visto che sono sempre stata più nottambula di lui, da mezzanotte alle quattro penso io ad A., mentre dalle quattro alle otto è M. che si occupa di cambiare, prendere in braccio se piange o semplicemente affacciarsi alla culla se A. fa qualche verso strano. Pur dovendola allattare, questa divisione permette a entrambi di prendersi almeno quattro ore di riposo sicuro e di non dover stare sempre all’erta. Penso che una strategia del genere sia molto utile alle mamme nei primi mesi in cui sono costrette (bene o male) a passare la maggior parte del giorno con il bambino. Inoltre, questa partecipazione attiva del papà gli permette di stringere subito un bel legame con il piccolo. Durante il giorno, invece, è bello fare le cose insieme: cambiarlo insieme, fargli il bagnetto insieme ecc.

La casa è un casino? Chissenefrega. L’ho già anticipato, ma repetita iuvant. Nelle situazioni d’emergenza (la nascita di un figlio e i suoi primi mesi sono una cavolo di emergenza!), bisogna stabilire delle priorità. La vostra salute mentale mi sembra un buon punto da cui iniziare; quella fisica, un buon punto con cui proseguire. Avete partorito (o assistito alla nascita), adesso state cercando di sopravvivere al cambio di vita più grosso cui siete mai andati incontro… non fatevi venire anche il complesso della massaia! Non deve venire a trovarvi la regina Elisabetta. E, se anche venisse a farvi visita, dovreste sentirvi genitori liberi di dire “non posso far tutto, la casa può aspettare”. Se non avete tempo di stirare, mettetevi vestiti sgualciti. Se non avete tempo di mettere in ordine il salotto, questo non ha mai ucciso nessuno. Se non avete tempo di fare la spesa, chiedete a un parente o a un amico di aiutarvi oppure fate la spesa in internet (oggi le grandi catene di supermercati permettono di farlo). Non lasciate che la cura della casa vi assesti il colpo mortale. Se non vi sentite in grado di gestirla, non fatelo. È comprensibile. E se qualcuno (mamma, suocera o chicchessia) commenta, fatevelo scivolare addosso!

Cercate di prendervi cura di voi stessi (per quanto possibile). Questo è un punto molto importante… se la casa può implodere e voi ve ne potete più o meno fregare, è importante che non abbandoniate la cura di voi stessi. Non parla solo da un punto di vista estetico, ma soprattutto emotivo e psicologico. Facciamo qualche esempio… non sentitevi in colpa a prendervi un’ora per andare a farvi le sopracciglia o per leggere un bel libro. Chiedete al partner o a qualcuno di cui vi fidate di tenere il bimbo e uscite, prendete aria. Se gli avete dato da mangiare, se sapete di avere un paio d’ore di autonomia e se non state morendo di sonno, pensate a ciò che vi piacerebbe fare (da soli o in coppia) e fatelo. I genitori dovrebbero anche ritagliarsi un lasso di tempo per recuperare la loro intimità, magari andando a mangiare fuori o restando semplicemente a casa da solo senza il bambino. Prendere del tempo per se stessi e per la coppia è fondamentale per allentare lo stress.

In presenza del bambino siate sempre calmi e parlate dolcemente. Non dormire, avere la casa in condizioni disastrose, non trovare il tempo di finire di leggere quell’articolo interessante sulla rivista che avete comprato, alternare le proprie giornate tra culla e lavoro, può generare una buona dose di insofferenza. Purtroppo capiterà spesso, l’importante è che davanti al bambino non la mostriate. È ancora troppo piccolo per capire, ma non così stupido per non caRpire. Questa piccola bestiola ha ricettori sensoriali ed emotivi che gli adulti si possono solo sognare: il neonato è in grado di percepire lo stress anche solo dal tono di voce. Siccome è molto sensibile da questo punto di vista, è importante cercare di modulare toni e voci davanti a lui. Percepire agitazione o rabbia lo farà agitare, poi saranno solo cavoli vostri, perché oltre a tutto dovrete anche calmarlo.

Non abbiate paura a essere sinceri con amici e parenti. Se non li volete intorno, diteglielo. Può succedere, non temete di parlarne. Se vi vogliono bene, capiranno. Se non capiscono, non deve essere un problema vostro. Se ne faranno una ragione.

E’ inutile cercare di gestire (e stressarvi) l’ingestibile. Dopo tutto ciò che vi ho detto, questo punto sembrerà ovvio, ma mi piace ripetermi. Questo più che essere un consiglio per i neogenitori, è uno slogan per la vita: basta con questa dannata mania del controllo. Nella vita si possono gestire pochissime cose, di certo non quelle importanti. Non si può gestire la vita, né la morte, tantomeno l’amore o la salute, non si possono gestire le gioie e i dolori, perciò mettetevi l’anima in pace e affrontate le situazioni che verranno con serenità e/o pace del cuore e lucidità mentale.

Cari genitori, questo è tutto quello a cui sono arrivata in questi giorni di insonnia e stanchezza. Spero di non avervi annoiato! Se anche voi state vivendo o avete vissuto questo particolare periodo di vita, mi farebbe piacere leggere la vostra esperienza. E se conoscete qualche trucchetto che utilizzate/avete utilizzato per sopravvivere, condividete!

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

ade62857326e6c156e595b8a0f43c6c5

Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉