Mamme si diventa #7 Battesimo e dintorni

Questo è forse uno degli argomenti più delicati per i neogenitori. Il Battesimo rappresenta un atto pubblico in cui la nuova famiglia chiede l’ingresso del proprio bambino all’interno della comunità dei credenti. In linea generale, dovrebbe essere un momento di gioia e di condivisione; tuttavia, capita che si vengano a creare una marea di problemi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento. Vediamo insieme alcuni argomenti che rischiano di trasformarlo in un inferno…

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La parrocchia: la tua, la mia o la nostra? La chiesa dove battezzare il proprio figlio dovrebbe essere quella di riferimento, cioè la parrocchia. Però, se avete alle spalle una bella storia parrocchiale e vi siete trasferiti in un altro quartiere, è possibile che uno dei due o entrambi vogliate battezzare il bambino nella vostra ex-parrocchia. Non c’è una regola da seguire pedissequamente. Ci sono genitori che, volendo a ogni costo un sacerdote specifico, organizzano il battesimo anche in chiese che non c’entrano nulla con la loro storia di fede. La cosa importante è che vi ricordiate che la parrocchia dove battezzerete vostro figlio sarà quella dove verrà registrato.

Il vestito. Per molti di voi non costituirà un motivo di discussione, ma in alcune famiglie si tramandano da generazioni vestitini appartenuti alla nonna del trisnonno. Cosa fare se uno di voi due non vuole farlo indossare al bambino? Se l’imposizione è solo da parte di una coppia di nonni, mentre i genitori sono d’accordo nel non volerglielo fare indossare, la soluzione è facile: cari mamma e papà, trovate il coraggio di dirlo apertamente. Siete voi i genitori e avete tutto il diritto di vestire vostro figlio come vi pare e piace. Se, invece, non siete portati alla discussione e volete trovare un compromesso, potete fare come ha fatto una mia amica: mettete il vestitino “della tradizione” per fare le foto o per la cerimonia. Se, invece, è uno di voi due a voler far indossare l’abitino, mentre l’altro non è molto d’accordo, cercate di parlarne. Spiegate i vostri motivi e ascoltate quelli dell’altro. Se nessuno dei due vuole cedere di un millimetro, cercate di arrivare almeno a un compromesso. Sappiate che prima o poi il bambino crescerà e vedrà quelle foto. Cosa dirà quando si vedrà vestito come un Baby George?

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Padrino e madrina. Anche qui, la questione si fa spinosa quando si mettono in mezzo le famiglie. Riguardo alla scelta, come anche per quella dei testimoni al momento delle nozze, esistono due scuole di pensiero differenti. La prima vuole che si scelgano parenti o amici molto stretti pur non essendo magari tipi religiosi. La seconda scuola preferisce scegliere persone che si ritengono spiritualmente valide per il compito che stanno prendendo. Personalmente, trovo importantissimo il ruolo del padrino e della madrina, quindi propendo per la seconda opzione. Con questo non voglio dire che la cugina o il fratello o chicchessia non siano spiritualmente validi per fare i padrini! Credo che un buon punto da cui partire per scegliere il padrino e la madrina sia chiedersi: qual è il significato di questo ruolo? E che significato voglio che abbia nella vita di mio figlio?

Chi invitare? Anche su questo punto ci sono differenti scuole di pensiero. C’è chi preferisce fare una cerimonia raccolta, chi invece vuole che anche il meccanico con cui avete scambiato giusto quattro parole sia presente. La regola è sempre la stessa: cercate un buon compromesso con il vostro partner. Il Battesimo non è un matrimonio, quindi potete invitare più persone senza rischiare di andare in bancarotta. L’essenziale è vivere fino in fondo quest’importante momento della vita di vostro figlio. Perciò, se ci tenete a condividerlo con più persone possibili, non badate a restrizioni.

Dresscode. Ma come… è un battesimo e c’è un dresscode? Nì. Non siamo ai livelli dei matrimoni, però non vi potete neanche presentare come se andaste alla sagra della frittella (con tutto il rispetto per le frittelle). Cercate di far capire agli invitati che la cerimonia si svolgerà in una chiesa. Ergo, NO a minigonne, bermuda, ciabatte, schiene scoperte, decolleté in vista e chi più ne ha più ne metta. Non penso che Gesù si offenda per un paio di gambe scoperte, ma io sì e se i miei invitati si presentano come se dovessero andare a fare l’aperitivo in spiaggia, li spedisco a raccogliere fragole in Lapponia. Tanto per intenderci: jeans e polo/camicia ok; havaianas NO (o, meglio, ti-uccido-solo-se-ci-provi). Se organizzate, ditelo; se siete invitati, capitelo. Genitori, non sentitevi a disagio a dire “vedi di regolarti” al vostro amico del liceo che mette solo magliette di Marylin Manson da quando ha sedici anni. Qui non si tratta di impedire la libera espressione, ma di ricordare che ci sono contesti e contesti. A volte queste nozioni basilari sfuggono…

Le foto. I ricordi sono i gioielli più preziosi nella vita di un uomo. Ti rammentano ciò che sei stato e quello che hai provato. Quindi, anche in un’occasione del genere le fotografie sono (quasi) d’obbligo. Potete affidarvi a un professionista, oppure portare la vostra macchinetta. Il solo consiglio che mi sento di darvi è di non passare la giornata a scattare foto. Cercate di delegare il compito a un invitato, altrimenti rischiate di non vivere appieno il momento.

No alcol. Se non organizzate il classico pranzo o la classica cena tra intimi, ma avete pensato a un rinfresco per tutti gli invitati, vi sconsiglio vivamente di servire alcolici. Questo per ragioni mooolto pratiche: 1) se fate la festa nei locali parrocchiali, sicuramente non ci sarà un frigo e il vino o la birra caldi fanno schifo forse più degli invitati con le havaianas; 2) sebbene ai matrimoni gli ospiti alticci siano simpatici, non lo sono ai battesimi.

Il rito. “Sono un genitore che vuole battezzare il figlio, ma non frequento molto la chiesa”. Mmmh, ok. Ci sono persone che non vanno tutte le domeniche a messa, eppure reputano importante che il figlio venga battezzato. Per far fronte a questa esigenza, i parroci organizzano mini-corsi che introducono i genitori e i padrini a questo sacramento. A cosa serve? Per esempio, a evitare che durante il rito alla domanda “cosa chiedete per vostro figlio?” i genitori sappiano rispondere correttamente (= “il battesimo”) e non cose a caso tipo “la felicità”. Detta così sembra una battuta, ma è capitato! Un po’ come quando mia mamma ha cercato di accendere il cero battesimale con l’accendino per le sigarette… stendiamo un velo pietoso!

E voi cosa ne pensate? Quali sono le situazioni che non vorreste mai vivere durante la preparazione di un battesimo?

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Alla prossima 😉

 

9 tipi che incontrerai a ogni matrimonio

Quale migliore occasione per rientrare dalle vacanze se non un matrimonio?
Ai matrimoni sono tutti felici, dovrebbe essere il giorno più bello della vita di due persone, perciò si beve, si festeggia, si danza e si sta in compagnia. A queste occasioni partecipa una gamma eterogenea di individui che mette in risalto la policromia del genere umano. Tra queste, vi sono alcune persone che rappresentano i must di ogni matrimonio che si rispetti. Questa settimana io e m. siamo andati a un matrimonio e abbiamo stilato la lista delle 9 specie di animali da cerimonie più comuni.

1. La migliore amica della sposa. A volte possono essere anche più d’una. La/le riconosci perché in questo giorno sono raggianti, si aggirano come pulcini intorno alla sposa e cercano di farla stare più a suo agio possibile. Sono lì se ha bisogno di aiuto, in Chiesa si beccano le occhiatacce del prete perché mentre celebra sistemano il velo della sposa alzandosi ogni 10 minuti, aiutano la protagonista della festa a fare pipì (avete mai provato ad andare al bagno con un abito da sposa? Dovrebbero renderlo uno sport olimpico). In quel giorno si trasformano in veri e propri angeli custodi ed è così che appaiono a tutti.

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2. Il miglior amico dello sposo. Solitamente è anche il testimone. Trasuda contentezza e sicurezza da tutti i pori. In realtà, prima della cerimonia è più teso dello sposo. Al momento delle firme farà la classica battuta “Sposo, sei sicuro? Posso anche non firmare…”, ma sotto sotto adora la moglie del suo migliore amico e darebbe la vita per vederli felici. Scorrono fiumi di alcol ed è lui che li versa (e li beve).

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3. Il dandy. Esistono due tipi di dandy: quello che appartiene al lato chiaro della forza e quello che invece fa parte del lato oscuro. Il dandy-jedi (lato chiaro, per i non addetti) è il tipo più originale della festa. Indossa un capo d’abbigliamento particolare, si presenta come sagace e spiritoso. Può non piacere a tutti, ma il suo modo di fare e la sua eleganza vi conquisteranno quasi sicuramente. Il dandy-sith (lato oscuro, ahimè) è il classico invitato che si sente diverso dagli altri e fa di tutto per sottolinearlo. Trasuda stile come il dandy-jedi, senza però avere la stessa signorilità. Non si sa bene chi lo abbia invitato, sta di fatto che spesso c’è.

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4. Quello che non ride mai. Non lo fa apposta, ma è l’incubo di tutti i wedding book maker. Bisogna inserirlo nel fotolibro dei ricordi, ma non c’è una dannata foto in cui venga sorridente. Non si capisce se è un problema di tempistica dello scatto o se il pessimismo cosmico leopardiano lo colga soltanto al momento del clic. Lui si sforza sul serio, ce la mette tutta! Quando viene urlato “Cheese!!!”, si sentono i muscoli della mascella contrarsi sotto lo sforzo erculeo di sfoderare un sorriso… eppure nessuno l’ha mai immortalato mentre ride. Forza soprannaturale? Mistero arcano? I complottisti sostengono che sia colpa delle scie chimiche.

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5. I genitori con bambini. Sono quelli a cui andrebbe dato un trofeo. Li vedi passare la maggior parte del matrimonio a correre da una parte all’altra cercando di trattenere ragazzini urlanti. Dicono che si sopravvive a questa fase… sta di fatto che molti single preferirebbero votarsi all’autoestinzione pur di non trovarsi nella stessa situazione.

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6. La Venere di Milo. E’ la versione femminile del dark-dandy. Non è un’amica della sposa, perché difficilmente questa ragazza ha amiche. Ha l’ego di Belen Rodriguez senza avere la simpatia di Michelle Hunziker. Può capitare che questa soggetta si vesta di bianco o di un colore talmente chiaro da essere al limite dell’esagerazione. Questo accade perché non crede di partecipare a un matrimonio, non gliene frega nulla che sia il giorno più importante della sposa, lei è a un evento sociale, quindi DEVE essere la più figa. Probabilmente non si accorge di essere imbarazzante come solo una cliente di Enzo Miccio a “ma come ti vesti?” può esserlo. A loro discolpa si può solo dire che nessuno gli ha mai fatto notare che non sono le sole Jane in un mondo fatto di Tarzanesse.

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7. Gli scatenati. Sono l’anima della festa. Spesso sono in coppia, altre volte si muovono da soli. Appena parte la musica si gettano sulla pista e iniziano a scatenarsi come danzatori voodoo. Fanno un grande servizio agli sposi e agli invitati perché rompono l’imbarazzo del primo ballo e danno inizio ai divertimenti. Sono immancabili e preziosissimi.

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8. Il socialnetworkaro. “Guarda, sta entrando la sposa!” “Sì, sì, lo vedo dal telefono”. Non importa se la sposa ha assunto due fotografi, un videomaker, la troupe cinematografica di Peter Jackson, ci sarà sempre il social-dipendente che posterà in diretta facebook l’entrata della sposa in chiesa e che passerà l’intera serata a scattarsi selfie con gli invitati. Il socialnetworkaro ingorga le sue pagine di foto della festa come se si trovasse al matrimonio dei Ferragnez. Ha un lato positivo incontrovertibile: il giorno dopo sarà l’unico a mandare un reportage completo agli sposi, che altrimenti dovranno aspettare almeno un paio di mesi per vedersi insieme al momento del sì.

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9. Sulla stessa scia del precedente, si distingue il fotografo amatoriale che, munito della sua Nikon pagata un botto di soldi, si divertirà a immortalare l’evento. Il difetto di questo personaggio è che viene scambiato spesso per il fotografo ufficiale, perciò nelle foto di gruppo molti guarderanno nella sua direzione piuttosto che in quella corretta. Il risultato, dunque, non è sempre ottimale, ma qualche scatto originale del fotografo amatoriale conquisterà gli sposi.

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La lista finisce qui. Avremmo potuto inserire il numero 10, ma ognuno di voi avrà sicuramente un tipo da matrimonio da aggiungere per completare il party.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #5 I 5 miti da sfatare riguardo alla genitorialità

Il mondo dei genitori è circondato dal mistero. Non è sicuramente una circostanza voluta, ma sembra quasi che si viva in due universi distinti. Diventare genitori ti autorizza a entrare nel privé della genitorialità e apre le porte a quelle che fino a poco tempo prima sembravano pratiche esoteriche. Io e M. (=Marito) “ci siamo dentro” da quasi due mesi e ci sono un paio di cosette che ci sentiamo in dovere di far sapere a chi è in procinto di diventare genitore oppure ha solo la curiosità di accedere a questo mondo mitico (“mitico” in tutte le accezioni che il vocabolario Treccani fornisce). Troppo spesso ci siamo sentiti ripetere frasi che, una volta arrivata A., abbiamo scoperto essere delle vere cavolate. Ecco i nostri 5 miti da sfatare riguardo all’essere genitori.

Homer e Marge Simpson nella serie tv (2012 TCFFC)

1. La vostra vita non sarà più come prima. Questa è una mezza verità. Come tutti i grandi avvenimenti nella vita, ti cambiano fintanto che tu gli permetti di cambiarti. Chi dice che ora non ha più tempo per fare quello che ama è probabile che menta o non sappia organizzarsi. E’ vero, non potrai più fare TUTTO quello che facevi prima di avere un figlio, ma se hai una passione e riesci a gestire bene il tuo tempo e quello del bambino (e se sei anche aiutato da chi ti sta intorno), puoi riuscire a far combaciare entrambi gli aspetti. [Nonostante la gravidanza, sono riuscita a dare tre esami a giugno e ne darò uno a settembre. Certo, è stato faticoso e non ho preteso di raggiungere i livelli di concentrazione pre-parto, ma ho portato avanti i miei progetti e sono felicissima di averlo fatto.]

2. La vostra vita sarà esattamente come prima. Abbiamo sentito anche questa frase, anche se meno spesso della precedente. Ecco, prima di avere un figlio non ci permettevamo di entrare in merito a quest’affermazione, nonostante nutrissimo i nostri dubbi… ora che siamo mamma e papà possiamo dire che chi la pensa esattamente in questo modo non sta facendo il genitore oppure ha qualcuno che lo sta facendo al posto suo. Diciamocelo, com’è possibile che riusciate ad andare tutti i weekend a ballare? Tre volte a settimana palestra, due volte yoga, poi la notte ci pensa la mamma o la nonna, il sabato sera con gli amici, la domenica a calcetto, e il lunedì il vostro bebè alza la cornetta e chiama il telefono azzurro. Perché alla fine o diventa Jack lo Squartatore o si fa ricoverare per i complessi d’abbandono che gli fate venire. [Ok, va bene, è necessario ritagliarsi del tempo per sé, ma – come si dice a Roma – fino a una certa. Avete un figlio, non vi siete fatti un gatto o un pesce rosso.]

3. E’ chiaro che il rapporto principale sarà quello con la madre. Non si sa quante volte mi hanno ripetuto questo discorso. A dirlo erano sia uomini sia donne. Non intendo fare la femminista, ma penso che questo assunto sia veramente frutto di un retaggio culturale vecchio di almeno un secolo. Prendiamo come esempio A.: l’abbiamo concepita insieme; durante la gravidanza, M. si è incaricato di fare da solo tutto quello che prima facevamo insieme o facevo io; nel momento del parto, M. non mi ha lasciata sola un secondo. In che modo A. è legata più a me che a lui? Qualcuno mi ha risposto che il legame si crea anche per via dell’allattamento. Benissimo, ho risposto, per questo mi tiro il latte e lascio che M. la allatti quanto lo faccio io. Papà, non fatevi influenzare da queste voci: il vostro ruolo è fondamentale ed è importante fin dalla nascita, perciò non rinunciate al rapporto con i vostri figli pensando che “a pelle” preferiscano la mamma. E voi, mamme, se avete la fortuna di avere accanto uomini meravigliosi che vogliono fare i papà, permetteteglielo, rinunciate a essere presenti e regalate al bambino e al papà del tempo esclusivo da trascorrere insieme. [D’altronde voi avete un vantaggio di 9 mesi da fargli recuperare. 😉 ]

4. Scordatevi il romanticismo, i figli diventeranno il centro della vostra esistenza. Questo, più che un mito da sfatare, è un pericolo da evitare. Quando i bambini sono piccoli piccoli viene spontaneo stargli sempre vicino, coccolarli, prendersene cura… poi diventano grandi e pretendono mille attenzioni. Il risultato è che, se mamma e papà non sono in grado di porre un freno, finiranno per non avere più tempo o spazio per loro stessi. Intendiamoci, ognuno può far quello che gli pare, purché poi non ve ne lamentiate con gli amici o con i parenti. “Sono tre anni che non vado a cena fuori con mio marito”, “Io e mia moglie non riusciamo ad avere un attimo di intimità da mesi”… però quando capita l’occasione sono i primi a non voler mollare la presa sui figli. Conoscendomi, so che quando mi preoccupo divento un accollo spropositato. Per questo motivo, io e M. ci siamo promessi di ricordarci sempre che la persona a cui abbiamo giurato amore eterno non è A. Già dopo poco tempo dalla nascita, abbiamo cercato di ritagliarci almeno una sera a settimana per stare da soli. Non sarà molto, ma ci aiuta a consolidare il nostro ménage. [Su questo argomento penso di scrivere un post approfondito più avanti]

5. Viene tutto molto spontaneo e naturale.Dulcis in fundo, il mito numero uno, il più temuto dalle madri inesperte come me: essere genitori è l’esperienza più naturale del mondo. Questo vuol dire che se in voi non ci sono genitori pancini, non siete fatti per avere figli. Beh, vi confesso una cosa: prima di avere A., credevo di essere l’ultima persona al mondo a poter diventare una mamma. No, essere genitori non è naturale. O almeno, non lo è più. Non si nasce più “genitori”. Anzi, oggi è persino difficile ritagliarsi un ruolo diverso da quello di figli. Ci consideriamo e siamo considerati eterni bambinoni. Non credete a chi vi dice che viene tutto spontaneo. Viviamo in un mondo in cui nulla è più spontaneo, neanche l’insalata. Perciò, se pensate di non essere un granché come genitori, non spaventatevi, non fatevi venire i complessi. Essere genitori è un’arte e, come tutte le arti, è solo marginalmente spontanea. Ci vuole tanto impegno e umiltà, un cuore disposto a imparare ad amare e molta pazienza con se stessi. L’ho già detto altre volte? Forse. D’altronde è lo slogan di questa rubrica: genitori si diventa!

Questi sono i nostri 5 miti da sfatare, ma scommettiamo che ce ne sono moltissimi altri. A voi ne viene in mente qualcuno?

Alla prossima 🙂

Mamme si diventa #4 Genitori e insonnia

Giorno di insonnia numero ventitré.

La tortura procede, ma M. e io continuiamo a tener duro. Se Frodo e Sam sono riusciti ad arrivare a Mordor, noi riusciremo a sopravvivere a questo. I genitori con più anzianità rispetto alla nostra continuano a dirci che i primi tempi sono durissimi, ma che poi ci si abitua. Sarà… sta di fatto che questa nuova vita ci sta mettendo alla prova.

All’inizio (forse il primo giorno, ma non ne sono del tutto sicura), eravamo felici di svegliarci per precipitarci dalla piccola A. e sfamarla. Poi (il secondo giorno) è iniziata a diventare difficile, ma abbiamo garantito le massime prestazioni a ogni poppata/cambio di pannolino. Con il passare dei giorni (dal quarto o quinto giorno), vedendo la stanchezza dell’altro, ci si sacrificava dicendo “non ti preoccupare, ci penso io”. Ma una volta giunti alla piena maturità (una settimana scarsa), la situazione è precipitata: adesso, mentre A. si lamenta e piagnucola, parte la gara a chi fa finta di dormire più profondamente nella speranza che l’altro si alzi al posto proprio. E’ una competizione all’ultimo sangue, in cui perde sempre chi ha più senso di responsabilità (solitamente è M., io fingo di essere svenuta o morta… solo che poi la devo comunque allattare, perciò mi tocca alzarmi in un modo o nell’altro).

Senza contare la stanchezza durante il giorno, la casa in condizioni deprimenti (-issime), il frigo vuoto… ogni piccolo problema diventa un ostacolo insormontabile un po’ perché ora lo devi affrontare con un bambino (sfido io ad andare a fare la raccolta differenziata quando a casa sei da sola con la bambina), un po’ perché il non dormire fa calare di tantissimo le prestazioni. Insomma, essere genitori è proprio una faticaccia.

Più passa il tempo e più mi accorgo che, quando la famiglia si allarga, si è obbligati a imparare a morire a se stessi. Dico “obbligati” perché non è scontato che un genitore sia ben disposto a sacrificarsi in questo senso. Sono tutti buoni a desiderare e a fare grandi discorsi sui figli, ma la realtà è tutt’altra storia.

Come durante una corsa si giunge a un momento in cui ci sembra di avere i polmoni in collasso, superato il quale, però, il corpo è in grado di tornare a correre, così anche nei primi tempi dalla nascita di un figlio si può arrivare a quel punto di rottura in cui non ce la facciamo più a mangiare di corsa, a dormire per non più di tre ore di fila, a cercare di calmare un bambino che piange a squarciagola perché vuole mangiare ma la mamma è a fare la sua prima doccia da tre giorni a questa parte.

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Immagine presa da Doodle Diary of a New Mom di Lucy Scott

Come superare questo momento? Innanzittutto, restando uniti come coppia e stringendo i denti insieme; poi, potete provare a seguire questi piccoli accorgimenti che, nel nostro caso, stanno funzionando abbastanza bene.

Se il bambino dorme, tu dormi. La grande verità, che neanche Osho sarebbe riuscito a pensare con così tanta profondità, è semplificabile in tre parola: se dorme, dormi. Non c’è storia che tiene, fregatene della casa da sistemare, fregatene del libro che stai leggendo o della vicina che ti ha scritto se può venire a prendere un caffè. Se hai sonno e miracolosamente il bambino dorme, tu poggiati ovunque sia possibile e dormi. Che si tratti di dieci minuti o un’ora, quel riposo ti farà bene.

Se siete entrambi a casa, alternatevi a fare le cose. Lo so, non tutte hanno sposato Mrs. Doubtfire, ma è importante che il partner collabori nella gestione del bambino. Di solito, i maschietti tirano fuori la questione del lavoro per evitare di alzarsi durante la notte. Se è così, vi consiglierei di ricordare ai papà (senza litigare!) che anche voi state lavorando pur non facendo orario d’ufficio. Io e M., per esempio, stiamo provando a “dividerci la notte”. Visto che sono sempre stata più nottambula di lui, da mezzanotte alle quattro penso io ad A., mentre dalle quattro alle otto è M. che si occupa di cambiare, prendere in braccio se piange o semplicemente affacciarsi alla culla se A. fa qualche verso strano. Pur dovendola allattare, questa divisione permette a entrambi di prendersi almeno quattro ore di riposo sicuro e di non dover stare sempre all’erta. Penso che una strategia del genere sia molto utile alle mamme nei primi mesi in cui sono costrette (bene o male) a passare la maggior parte del giorno con il bambino. Inoltre, questa partecipazione attiva del papà gli permette di stringere subito un bel legame con il piccolo. Durante il giorno, invece, è bello fare le cose insieme: cambiarlo insieme, fargli il bagnetto insieme ecc.

La casa è un casino? Chissenefrega. L’ho già anticipato, ma repetita iuvant. Nelle situazioni d’emergenza (la nascita di un figlio e i suoi primi mesi sono una cavolo di emergenza!), bisogna stabilire delle priorità. La vostra salute mentale mi sembra un buon punto da cui iniziare; quella fisica, un buon punto con cui proseguire. Avete partorito (o assistito alla nascita), adesso state cercando di sopravvivere al cambio di vita più grosso cui siete mai andati incontro… non fatevi venire anche il complesso della massaia! Non deve venire a trovarvi la regina Elisabetta. E, se anche venisse a farvi visita, dovreste sentirvi genitori liberi di dire “non posso far tutto, la casa può aspettare”. Se non avete tempo di stirare, mettetevi vestiti sgualciti. Se non avete tempo di mettere in ordine il salotto, questo non ha mai ucciso nessuno. Se non avete tempo di fare la spesa, chiedete a un parente o a un amico di aiutarvi oppure fate la spesa in internet (oggi le grandi catene di supermercati permettono di farlo). Non lasciate che la cura della casa vi assesti il colpo mortale. Se non vi sentite in grado di gestirla, non fatelo. È comprensibile. E se qualcuno (mamma, suocera o chicchessia) commenta, fatevelo scivolare addosso!

Cercate di prendervi cura di voi stessi (per quanto possibile). Questo è un punto molto importante… se la casa può implodere e voi ve ne potete più o meno fregare, è importante che non abbandoniate la cura di voi stessi. Non parla solo da un punto di vista estetico, ma soprattutto emotivo e psicologico. Facciamo qualche esempio… non sentitevi in colpa a prendervi un’ora per andare a farvi le sopracciglia o per leggere un bel libro. Chiedete al partner o a qualcuno di cui vi fidate di tenere il bimbo e uscite, prendete aria. Se gli avete dato da mangiare, se sapete di avere un paio d’ore di autonomia e se non state morendo di sonno, pensate a ciò che vi piacerebbe fare (da soli o in coppia) e fatelo. I genitori dovrebbero anche ritagliarsi un lasso di tempo per recuperare la loro intimità, magari andando a mangiare fuori o restando semplicemente a casa da solo senza il bambino. Prendere del tempo per se stessi e per la coppia è fondamentale per allentare lo stress.

In presenza del bambino siate sempre calmi e parlate dolcemente. Non dormire, avere la casa in condizioni disastrose, non trovare il tempo di finire di leggere quell’articolo interessante sulla rivista che avete comprato, alternare le proprie giornate tra culla e lavoro, può generare una buona dose di insofferenza. Purtroppo capiterà spesso, l’importante è che davanti al bambino non la mostriate. È ancora troppo piccolo per capire, ma non così stupido per non caRpire. Questa piccola bestiola ha ricettori sensoriali ed emotivi che gli adulti si possono solo sognare: il neonato è in grado di percepire lo stress anche solo dal tono di voce. Siccome è molto sensibile da questo punto di vista, è importante cercare di modulare toni e voci davanti a lui. Percepire agitazione o rabbia lo farà agitare, poi saranno solo cavoli vostri, perché oltre a tutto dovrete anche calmarlo.

Non abbiate paura a essere sinceri con amici e parenti. Se non li volete intorno, diteglielo. Può succedere, non temete di parlarne. Se vi vogliono bene, capiranno. Se non capiscono, non deve essere un problema vostro. Se ne faranno una ragione.

E’ inutile cercare di gestire (e stressarvi) l’ingestibile. Dopo tutto ciò che vi ho detto, questo punto sembrerà ovvio, ma mi piace ripetermi. Questo più che essere un consiglio per i neogenitori, è uno slogan per la vita: basta con questa dannata mania del controllo. Nella vita si possono gestire pochissime cose, di certo non quelle importanti. Non si può gestire la vita, né la morte, tantomeno l’amore o la salute, non si possono gestire le gioie e i dolori, perciò mettetevi l’anima in pace e affrontate le situazioni che verranno con serenità e/o pace del cuore e lucidità mentale.

Cari genitori, questo è tutto quello a cui sono arrivata in questi giorni di insonnia e stanchezza. Spero di non avervi annoiato! Se anche voi state vivendo o avete vissuto questo particolare periodo di vita, mi farebbe piacere leggere la vostra esperienza. E se conoscete qualche trucchetto che utilizzate/avete utilizzato per sopravvivere, condividete!

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

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Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #2 Come sopravvivere all’imbarazzo da allattamento

Doveva succedere, ne ero certa. E’ successo oggi e nella maniera più imbarazzante possibile. Doveva succedere e per fortuna è successo. Mi sono tolta il cerotto. Ecco il resoconto di come sono sopravvissuta a uno dei momenti più imbarazzanti per una neo-mamma…

Sono le 12. Ho approfittato del brutto tempo per farmi una passeggiata con A. senza morire di caldo. Mi barcameno tra le macchine in doppiafila, i sanpietrini, i marciapiedi dissestati e la folla oceanica di turisti, quando comincio ad avvertire una sottile famina. In breve tempo, la sensazione allo stomaco si trasforma in un vorace minotauro. Devo fare qualcosa. Pizza? No, meglio di no. Dolcetto? Mmh, preferirei il salato. Mi viene un’idea. Sabato al supermercato ho visto un prosciutto bellissimo, di quelli magri magri, asciutti, salati da far paura. Inizia il dialogo interiore tra la pancia e il cervello:

Pancia: Dai, il supermercato è qua vicino. Se ci sbrighiamo, ce la possiamo fare.
Cervello: Non saprei… è già un bel po’ che siamo in giro. Ci ha detto bene che A. non si è ancora svegliata.
Pancia: Vedrai che non si sveglia. Così compriamo anche la frutta: M. (=marito) ha detto che abbiamo finito tutto. Vuoi pranzare senza frutta? Sai che a Silvia piace concludere il pasto con qualche ciliegia.
Cervello: In effetti la frutta fa anche bene. Vabbè, sbrighiamoci e andiamo.
*da notare quanto il mio cervello sia facilmente manipolabile quando si tratta di cibo*

Giunti al supermercato inizia la corsa. Prendo il numerino. Per sottolineare la mia fretta, scandisco i movimenti dell’addetto al banco del fresco battendo il piede. Mi precipito al reparto pane perchè, nel frattempo, cervello e pancia si sono ricordati che abbiamo finito anche quello. Giunta all’ultimo passaggio, mi accingo a scegliere quali albicocche e quante ciliegie comprare, quando un sommesso gorgogliare infantile si leva dalla carrozzina

Pancia: Oh, no! E’ finita!!!
Cervello: Aspetta, c’è ancora qualche possibilità.

Cervello mi suggerisce di intrattenere A. con tutte le smorfie, i gesti e le espressioni verbali più improponibili (ma che ai bambini piacciono tanto). Assomiglio a una piccola scimmietta, tuttavia questo non pare bastare ad A. Strilla sempre più forte. Si porta una mano alla bocca e con gli occhi spalancati comincia a piangere e a ciucciare. Non soddisfatta, si infila anche l’altra mano in bocca. Comincio a pentirmi e a odiare pancia e cervello per avermi suggerito e permesso di arrivare fino al supermercato, sapendo che in una situazione del genere mi sarebbe stato impossibile tornare subito a casa. D’altronde non posso neanche lasciar piangere A. per 20 minuti di fila e far finta di nulla. I neonati hanno un solo modo per esprimere i propri bisogni e, se tramite il pianto non si sentono ascoltati, è ovvio che una situazione del genere gli possa causare molto stress. Quindi di ignorarla non se ne parla. Che fare?

L’idea arriva. Arriva con tutto il suo imbarazzo, ma anche con la concretezza che sia l’unica cosa da fare. Devo allattarla. Abbandono il cestino con la spesa, prendo la carrozzina e mi appropinquo verso le casse. Superate queste, sulla sinistra, c’è l’ufficio dell’amministrazione en plein air. E’ un buon punto dove fermarsi. In amministrazione c’è un solo ragazzo intento a guardare il telefono, tutt’intorno ci sono diversi scatoloni buttati per terra, la cassa direttamente di fronte è chiusa e se mi apposto rivolta verso il muro c’è una buona probabilità di passare quasi inosservata.

Seh, nei tuoi sogni! A meno che il supermercato non sia pieno di amanti delle spiagge nudiste, una ragazza che si slaccia la camicia, si sfila il reggiseno e inizia ad allattare una bambina NON passerà mai inosservata. Anche se per evitare di essere indiscreta si è coperta il più possibile con una copertina, anche se in teoria è rivolta verso il muro, anche se si sforza di tenere la testa bassa e di nascondersi dietro alla carrozzina. Non c’è modo: una donna che allatta attira molti più sguardi di una ragazza che va in giro con la minigonna giro-pancreas.

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Che dirvi? In realtà, gli sguardi più affettuosi li ricevo da diverse signore anziane e da un vecchietto incurvito che cerca di rassicurarmi dicendo che se papa Francesco si augura che le mamme allattino in chiesa, perchè non posso farlo anche al supermercato? Non ha tutti i torti, ma il mondo oggi gira in maniera strana.

Mentre il signore mi parla del papa, il mio sguardo si allunga verso la cassiera che, a dieci metri di distanza,ha appena finito di fare il conto a due anziane tutte prese a osservarmi ridendo. Lei, una donna di una quarantina d’anni, mi fissa con palese disgusto: la schiena rigida sullo schienale dello sgabello, i capelli tenuti in precario ordine da un mollettone penzolante e le labbra a forma di ferro di cavallo reclinate verso il pavimento. Accompagna l’espressione un leggero movimento orizzontale della testa da sinistra verso destra e viceversa (lo stesso che facciamo quando vogliamo mimare un “no”, solo che in questo caso sembra mimare un “che schifo”). Non mi sento in colpa, ma quello sguardo mi mette parecchio a disagio, come se stessi facendo qualcosa di illegale.

Ritorno in punizione con la faccia al muro, cullando A. e dicendole che può impiegare tutto il tempo che le occorre. Tanto ormai chi ha visto, ha visto. Peccato che alcune anziane decidono di coinvolgere anche altre persone, indicandomi e dicendo: “guarda che bella quella signora con il bambino. E’ così piccolo!” Così da una cassa arriviamo a tre interamente concentrate su A. e la mia tetta (sempre più difficile da nascondere, perchè le persone cominciano ad avvicinarsi e a farmi i complimenti e le solite domande: quanto ha? è maschio o femmina? quanto pesa?).

Finalmente il ragazzo dell’amministrazione si accorge di quello che sta succedendo e si sporge a guardarmi. L’ufficio è rialzato, quindi da quell’altezza non c’è lenzuolino che protegga.

Ragazzo: “Ehm, ehm, ehm” abbassa lo sguardo imbarazzato “signora, vuole che l’accompagni in una stanza dove può allattare con tranquillità?”

DEO GRATIAS! Cervello, pancia e dignità cominciano a ballare la conga per il sollievo. Ringrazio il gentile dipendente e mi preparo a seguirlo perchè, conoscendo A., so che non sarà una cosa breve e mi sono già stufata di sentirmi come un babbuino al bioparco.

Sapete qual è la cosa veramente divertente? Pensateci: se persino l’amministrazione non ha un ufficio ma delle semplici scrivanie su un piano semi rialzato del supermercato, in che genere di stanza potranno mai mettermi?! Ebbene, caro tu che leggi, il gentile dipendente mi ha portato nel locale in cui il macellaio smembra le carcasse degli animali e fa le salsicce (per fortuna era tutto vuoto e pulito). A parte i primi momenti di raccappriccio, A. ha gradito la tranquillità dell’ambiente e quindi anche io sono riuscita a rilassarmi. Dopo aver finito la pappa, abbiamo finito la spesa e siamo tornate a casa in tutta calma.

Vabbè, ma la morale della favola? chiederete voi. Eccola: mamme, non vergognatevi ad allattare in pubblico! Troppo spesso sento mamme che si precludono il piacere di uscire per più di due ore per paura di trovarsi in situazioni del genere. Non va bene, dobbiamo riabituare il mondo a considerare normale allattare per strada, al supermercato, all’università, allo stadio, in aeroporto, in chiesa/sinagoga/moschea/tempio. Non stiamo uccidendo nessuno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare, qualcuno pronto ad aiutare, qualcuno che semplicemente farà finta di nulla. L’importante è che il mondo non si scordi che non c’è differenza tra il mangiare un pezzo di pizza e allattare al seno e che le persone perdano questo pseudo-pudore che solleva risolini, facce disgustate, battutite davvero insopportabili.

E se l’imbarazzo sembra troppo grande da superare? Prendi un bel respiro e guarda tua/o figlia/o. I bambini sono la trasparenza fatta persona. A loro non importa se puzzi per il sudore, se non ti pettini i capelli da tre giorni, se hai lo smalto sbeccato o se hai messo su troppi chili e vai in giro con il bottone dei pantaloni slacciato. A loro importa l’essenziale. A loro importa sentire l’odore della pelle di mamma e di papà, sentire il battito del loro cuore quando hanno bisogno del contatto fisico e trovare un seno a cui attaccarsi (non gliene pò fregà de meno se è nudo e in bella mostra). Se vostro figlio non si fa problemi, voi non dovete farvi problemi. Nessuno deve darvi il permesso di allattare in pubblico, così come nessuno deve impedirvi di rinunciare a uscire di casa solo perchè situazioni del genere sono ancora tabù. Ricordatevelo e lasciate che l’imbarazzo trovi qualcun altro da importunare.

Alla prossima! 😉

Elogio del regalo sgradito

Ph. by AdWeek

Come tutti gli anni, anche quest’anno sarà capitato a ciascuno di noi di ricevere regali che non ci sono proprio piaciuti. Lì, di fronte a quel pacchetto incartato con gli accessori di Tiger o con qualche carta eccessivamente colorata e pescata chissà dove dal cassetto della nonna, abbiamo scartato e ci siamo trovati in mano quell’oggetto che ha suscitato subito in noi la domanda… “ma perchè a me?”. Sì, perchè non hai proprio idea di come quel regalo sia stato partorito dalla mente di quel tuo amico, di quella tua lontana zia o, peggio, di qualcuno ancora più vicino e intimo. Quest’anno, come tutti gli anni, anche io ho scartato il mio “regalo-ma-perchè-a-me?” e, al contrario di quello che faccio tutti gli anni, stavolta ho cercato di trarne qualche aspetto positivo.

Perché questi regali ci fanno così arrabbiare? Innanzitutto dobbiamo cominciare a chiederci perché quel regalo non ci è piaciuto. Il primo atteggiamento responsabile della delusione è l’aspettativa. Forse ti aspettavi qualcosa di più di ciò che hai appena scartato? Oppure semplicemente speravi in qualcosa di diverso? Non c’è nulla da fare, se sei una persona che ama speculare con la mente sui regali che si riceveranno, corri il rischio – assicurato – di restare delusa da almeno uno di quelli ricevuti. Un altro atteggiamento può essere il perfezionismo: il perfezionista è un grande nello scegliere i regali, ma rappresenta il peggior incubo per chi i regali deve farli. Hai presente quella persona che inizia a cercare i regali di Natale a Novembre e riflette per giorni e giorni su che regalo fare a qualsiasi persona per essere certo di conquistare il podio del gradimento? Ecco, se sei uno di questi, cioè un perfezionista, i tuoi regali possono anche essere semplici e poco costosi, ma sono sempre qualcosa che piace o di cui ha bisogno la persona che li riceve. Il problema di questa categoria di persone è che vengono quasi sempre delusi dai regali che ricevono, perché il 93% della popolazione mondiale non ha il suo stesso grado di empatia e di saggezza nello scegliere i pensieri da corrispondere. Un altro motivo per cui si può restare perplessi di fronte a un regalo sgradito è che, effettivamente, quel regalo non è per nulla azzeccato. Alcuni esempi autobiografici e dei più tristi: pantaloni zebrati rosa taglia L (indosso quasi sempre colori scuri e porto una S); cd di Gigi D’Alessio (il mio panorama musicale spazia dai cartoni Disney al metal, ma non è mai passato per i cantanti neomelodici campani); orologio da maschio con il teschio di un gatto disegnato sopra (oltre al fatto che era orrendo, chi me l’ha regalato mi ha poi confessato di non essersi neanche accorto che fosse per uomo); per non parlare dei saponi – gli evergreen dei regali sgraditi – (chi li regala di solito non si rende conto che 1) sembra un sottile invito a lavarsi, 2) i saponi, quelli buoni, costicchiano abbastanza, quindi è meglio ripiegare su un rossetto o una penna carina piuttosto che regalare un sapone economico e di qualità scadente). La lista è lunga e potrei fare un elenco altrettanto lungo con i tristi regali che ha ricevuto negli anni passati mio marito, ma si è capito il senso e ed è meglio se mi fermo qui…

Cambiamo il punto di vista. Fino a ora, abbiamo osservato la situazione dal punto di vista di chi è rimasto scottato da quello che ha trovato sotto l’albero. Pieno d’aspettative, perfezionista, o semplice vittima, ognuno di noi si è chiesto almeno una volta nella vita “ma perché a me?”. Adesso, però, fermiamoci ad analizzare non tanto il regalo ma le circostanze in cui quel regalo è finito tra le nostre mani. Spesso mi capita di essere talmente presa dalla mia smania di perfezionismo (ebbene sì, io sono una delle perfezioniste di cui sopra), che mi dimentico una cosa importantissima: ricevere un regalo non è mai scontato. Che sia stato un semplice regalo riciclato, oppure comprato in quattro e quattr’otto, oppure che sia stato speso un pomeriggio a sceglierlo, quel regalo sgradito è giunto tra le nostre mani perché qualcuno ha pensato a noi. E, in questo caso è giusto dirlo, è proprio il pensiero che conta. Sciocco, economico, o semplice che sia, quel regalo è il frutto di almeno un momento di riflessione in cui quella persona si è detta “fammi pensare a un regalo per…”. Anche se nel tuo giro di amici o parenti è ormai una consuetudine scambiarsi dei regalini per Natale, non sottovalutare mai l’ordinaria azione di fare e ricevere un regalo. Mi ricordo che, diversi anni fa, ero molto amica di un ragazzo e per Natale gli avevo comprato un libro che sapevo gli sarebbe piaciuto. In macchina, poco prima di salutarci, stavo per darglielo quando lui mi ha detto: “ah, senti, io non ti ho comprato nulla per Natale. Siamo adulti, no? Queste cavolate non servono fra noi…”. Con il sangue congelato nelle vene, sorridendo ho annuito e sono scesa. A distanza di anni sono convinta di aver sbagliato, avrei dovuto dirgli che nei rapporti sono proprio quelle cavolate a farci capire che si tiene l’uno all’altro. Ma almeno quel libro ce l’ho ancora ed è proprio un bel libro. Peggio per lui!

Perché non ci dovrebbero fare così arrabbiare questi regali? Va bene, abbiamo detto che è il pensiero quello che conta, ma se il regalo ci fa schifo, che ci possiamo fare? Un regalo non è mai dovuto, ma quando arriva significa che qualcuno vuole comunicarci qualcosa. E come accade nella stragrande maggioranza dei rapporti interpersonali, anche con i regali alla base c’è quasi sempre un problema di comunicazione. A volte il problema può essere proprio del comunicante: se il perfezionista è quello che per fare i regali indossa “le lenti” con cui chi lo riceve vede il mondo, c’è anche chi quando fa i regali parte dai suoi gusti personali. Il lato negativo di questo approccio è che di solito il regalo piace più a chi l’ha fatto che a chi l’ha ricevuto. Ma il lato positivo è che in quel regalo è racchiuso un pezzo della persona da cui l’hai ricevuto. E se quella persona è importante per te, questo è un buon modo per cominciare ad apprezzare ciò che hai ricevuto. Questa situazione capita spesso nei rapporti tra uomo e donna e la soluzione ideale, a mio avviso, non è quella di cambiare il regalo ma di scoprire che cosa in esso ci parla dell’altro. A volte il problema è di tipo economico: quando riceviamo una sciocchezza che per di più è anche brutta, viene spontaneo chiedersi “perché buttare questi 5€? Poteva risparmiarseli, faceva una figura migliore e io non mi ritrovavo con quest’impiccio”. E’ vero, questi regali sono spesso inutili, brutti e alquanto tristi, ma ci siamo mai chiesti se chi li ha fatti poteva permettersi qualcosa di più? Magari per problemi economici, magari perché ha semplicemente previsto un budget più basso per evitare spese di troppo, resta il fatto che nonostante tutto con quei 5€ ha cercato di fare un pensiero forse divertente, anche se inutile, e l’ha regalato proprio a te e non a qualcun altro. Invece di dire che non ha soldi oppure che si è troppo adulti per un regalino di Natale, ha tentato seppur fallendo di omaggiarti con una cosa gradita.

Un’occasione per dialogare. Da non sottovalutare, inoltre, l’occasione che i regali sgraditi possono rappresentare. Magari con una battuta, magari con una frase un po’ più seria (ma mai polemica, per carità!), si può provare a intavolare un discorso a riguardo. Provare a capire perché si è ricevuto un regalo come quello oppure spiegare il motivo per cui non lo abbiamo apprezzato può essere un buon modo per crescere reciprocamente e far crescere una relazione o un’amicizia. A me è capitata proprio una situazione del genere e (non ci crederete!), dopo un lungo e altalenante dialogo, sono riuscita ad apprezzare un regalo che, senza interpellare l’altra parte, non avrei neanche capito. Scordiamoci quell’assurdo detto “a caval donato non si guarda in bocca”: non solo bisogna guardare, ma bisogna anche domandare e capire perché ci viene regalato quel benedetto cavallo! Chissà che magari non troviamo un buon motivo per rivalutarlo.

Se proprio non ci piacciono. E se proprio non ne volete sapere di tenerlo, quel regalo può rappresentare comunque un’occasione da non perdere. Se ci pensate, infatti, i regali di Natale sono come gli avvenimenti che capitano nella vita. Quando si presentano, non tutti sono di nostro gradimento, forse perché ci aspettavamo qualcosa di diverso o pensavamo di meritarci di più oppure proprio non sembrano fare per noi. Eppure, questi avvenimenti sgraditi per noi possono essere delle occasioni per altre persone a noi vicine e di cui noi possiamo essere il tramite. Così, quindi, si dovrebbe pensare ai regali. Prova a riflettere su ciò che ti è stato regalato e non ti è piaciuto. Può servire a qualcuno che conosci? Può addirittura piacere a qualcuno che conosci? Ti viene in mente qualcuno che apprezzerà più di te la presunta comicità di quel regalo che ti hanno fatto credendo che tu ti saresti sbellicata dalle risate? Forse sì. Forse quel regalo è quasi capitato a fagiolo. E se per caso a quella persona che ti viene in mente hai già fatto un regalo, che importa? Fagliene uno in più. Lei o lui di certo non si lamenterà.

Questo è un sunto dei pensieri che mi sono frullati in testa durante il periodo natalizio. Voi cosa ne pensate? Quali regali sgraditi avete ricevuto quest’anno? Siete riusciti a farvene una ragione o siete ancora arrabbiati? Condividete la vostra esperienza con un commento. 🙂

P.S. Tutto ciò di cui ho parlato in questo articolo è stato direttamente esperito da me o da qualcuno a me vicino, perciò se volete ulteriori delucidazioni o esempi concreti basta chiedere. 😉

Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
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L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici per l’economia americana, in pochi mesi raccoglie il materiale, scrive e pubblica questo libro: una storia delle varie concezioni e racconti utopici che si sono succeduti nel corso dei secoli, da Platone fino al XIX secolo.

PERCHÉ L’UTOPIA? Perchè affrontare un tema del genere? Secondo Mumford, quando Tommaso Moro ha coniato il termine “utopia” per la sua opera, l’inglese era ben cosciente che vi fossero due implicazioni terminologiche al suo interno. Esso può significare sia “eu-topia” (dal greco “buon posto”), sia “ou-topia” (cioè “nessun posto”). Ricollegandosi a questa distinzione, l’americano spiega la sua teoria secondo cui l’uomo viva costantemente in due mondi diversi: il mondo esterno e il mondo interno, e che in quest’ultimo vi abiti un’utopia della fuga o una di ricostruzione.

IL MONDO ESTERNO. È il mondo che ci circonda, la realtà che permea la nostra quotidianità. Il mondo esterno è la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra scuola o la nostra palestra. Le relazioni che abbiamo con gli altri, gli impegni che accompagnano lo scorrere delle ore, insomma, tutto ciò che porta la nostra attenzione e i nostri sensi fuori dall’interiorità. Questo mondo “fisico” è definito e inevitabile, è concreto nei suoi limiti come nelle sue possibilità.

IL MONDO INTERNO. Rappresenta il nostro mondo delle idee, il luogo recondito della nostra mente in cui custodiamo speranze, desideri, opinioni, progetti, categorie di pensiero e tutto ciò che funge da modello di comportamento. Il mondo interno registra le manchevolezze che osserviamo dal mondo esterno e le rielabora in sogni o aspirazioni. L’intuizione di Mumford è quella di sostenere che tale mondo ideale è reale tanto quanto quello esteriore. Infatti, le persone plasmano le loro azioni e agiscono a seconda di quello che è contenuto nel loro mondo interno (che sia un’idea, una teoria o una superstizione).

CHE UTOPIA HAI? Quando parliamo di aspirazioni racchiuse nel mondo interiore, Mumford spiega, queste altro non sono se non la nostra utopia. Nessuno può vivere senza, così come nessuno può evitare il contatto con la realtà: “solo con una ben determinata disciplina – quella che può seguire un asceta indù o un uomo d’affari americano – uno dei due mondi può essere cancellato dalla coscienza” (p.14, ed.Feltrinelli 2017). L’unica alternativa che abbiamo non è dunque scegliere tra vivere con o senza utopia, ma decidere quale utopia fare propria. Per lo scrittore americano, l’alternativa è tra l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione.

L’UTOPIA DELLA FUGA. Il suo tratto caratteristico è che lascia il mondo esterno così com’è e spinge l’uomo a ricondursi negativamente in se stesso. Fa sì che un uomo si accontenti di immaginare una vita diversa, una società diversa, un marito o una moglie diversi, ma non intervenga minimamente per cambiare la propria condizione di frustrazione. Mumford fa l’esempio del poster della bella donna nuda in qualche officina, ma, portata alle estreme conseguenze, si potrebbe utilizzare come esempio dell’utopia della fuga la dipendenza da droga o da alcol. Il mondo della fuga è chiuso, immutabile, non ha margine di miglioramento, perchè è perfetto così com’è, al contrario del mondo esterno visto come irreparabilmente corrotto e, dunque, altrettanto immodificabile. Tra il mondo interno e quello esterno vi è una incomunicabilità di fondo e una cesura incolmabile.

L’UTOPIA DELLA RICOSTRUZIONE. È l’ago magnetico che ha mosso i grandi inventori, gli innovatori, gli esploratori, coloro che partendo da un sogno hanno cambiato il mondo. Quest’utopia tiene conto della realtà che ci circonda ma non ne è soddisfatta e quindi cerca di migliorarla, di apportare a essa le migliorie che si vorrebbero veder realizzate. Ciò che è implicito nel concetto di ricostruzione è proprio la perfittibilità dell’idea: ricostruire il proprio ambiente e renderlo fertile per ulteriori sviluppi. E con ambiente ricostruito si intende non solo il mondo fisico, ma le sue relazioni, le sue abitudini e i suoi valori. In questo caso, l’utopia e il mondo esterno sono in continuo dialogo tra loro: il mondo interno lavora infaticabilmente per trovare spunti di sviluppo, mentre il mondo esterno ne riceve gli stimoli e ne viene plasmato più o meno felicemente.

L’OPINIONE DI MUMFORD. Ovviamente, quest’ultima è considerata l’utopia più utile, migliore sia per colui o colei che la sperimenta sia per chi lo circonda. Solo revocando a sé il diritto di poter far comunicare le proprie aspirazioni con il mondo, esso può veramente essere cambiato. Nella sua prefazione del 1962 (ben 33 anni dopo la prima edizione), scrive:

La mia utopia è la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali. Per me il passato è origine di utopie come lo è il futuro; e lo scambievole gioco fra tutti quanti questi aspetti dell’esistenza, compresi quelli che non si possono esattamente formulare o afferrare, costituiscono per me una realtà che va al di là di qualunque cosa ci si possa prefigurare con l’uso della sola intelligenza.

COME REALIZZARE QUEST’UTOPIA? Facile. Iniziamo a cambiare le nostre abitudini negative. Cos’è che non ci piace? Cos’è che vorremmo cambiare nei rapporti con gli altri o nel quartiere dove viviamo? Applichiamoci per introdurre un cambiamento reale, che parta innanzitutto dal nostro stare al mondo. Convertiamo le nostre utopie di fuga in utopie di ricostruzione. Convinciamoci della realtà dell’utopia e ricordiamoci, con le parole di Mumford, che “noi viaggiamo attraverso l’utopia solo al fine di superarla”.

 

Se il padre di famiglia dev’essere difeso così, che tristezza!

OFDZCV0.jpgPh. Designed by Creativeart / Freepik
Questa riflessione arriva con un paio di giorni di ritardo rispetto al post a cui si indirizza. Mi sono detta: “scrivo o non scrivo?”. Poi ho pensato che alla stupidità vada comunque messo un freno.
sentinelle
LA STORIA. Durante la giornata contro la violenza sulle donne, il gruppo “Sentinelle in Piedi” ha pubblicato sul suo account facebook un articolo di Roberto Marchesini risalente al 2012 (qui il link). L’articolo in sé ha ben poco di pregevole: sempre la solita solfa sui regimi totalitari (dall’URSS all’Unione Europea, passando per 1984 di Orwell) che, monotematicamente, vira sulla politica genderfascista del ventunesimo secolo.
LA FRASE SHOCK. Secondo il Marchesini, tutta questa violenza sulla donna – alla fin fine – non esiste. Lui dice: “muoiono più uomini che donne in Italia”. Io rispondo: “la delinquenza è a maggioranza maschile, quindi ha senso”. Lui ribatte: “perciò è inutile parlare di femminicidio”. Io dico: “dipende dall’intenzione con cui si sopprime la donna”. Lui incalza: “e tutti gli uomini che muoiono per colpa delle ex?”. Io gli rispondo: “sono colpevoli quanto gli uomini”. Cala il silenzio. Poichè, secondo santa Jane Austen, è compito femminile stimolare la conversazione, provo a sbloccare la situazione: “Vabbè, ma quindi perchè ci siamo inventati ‘sta farsa?”. Lui gonfia il petto e pontifica:
“questa è una grande vittoria del governo contro un nemico di paglia, il femminicida; al quale sono stati rivolti i due minuti d’odio al pari dell’evasore e dell’omofobo. Il solito “nemico del popolo” da stanare ed eliminare. Il cui identikit (maschio, eterosessuale, marito e padre) si delinea con una chiarezza sempre maggiore: il padre di famiglia”
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L’HA SCRITTO SUL SERIO? Dopo aver finito di leggere l’articolo, continuo a scorrerlo nella speranza di aver interpretato male. Ritorno su Facebook sperando di trovare una nota di condanna ufficiale di Sentinelle in Piedi (link al post), ma non trovo nulla. Solo qualche utente, giustamente incollerito dalla caduta di stile della pagina, ribatte sotto al post con commenti talora seri talora faceti.
UNA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. Ce n’è (ancora) bisogno? Forse ci dimentichiamo che le donne in Europa non sono solo le ragazzine che vanno a spendere i soldi di papà al centro commerciale, né le cinquantenni che si fanno iniettare botulino dal chirurgo estetico, né le femministe che non si depilano, né le progressiste fautrici del sesso libero in discoteca. In Europa – e in Italia – ci sono ancora donne costrette a prostituirsi per far arricchire i loro papponi, donne cui viene praticata l’infibulazione, bambine costrette a sposarsi, donne sfregiate con l’acido, violentate in strada, uccise nelle proprie case. Maschi o femmine che siano i loro aguzzini, questi sono crimini la cui tipologia di vittima ideale è la donna perchè contro la donna questi crimini sono stati pensati. Ci sono anche uomini vittime di violenza di genere? Può essere. E quando le madri cuciranno il pene ai loro figli per mantenerli casti fino al matrimonio, e quando vedrò dilagare sulle arterie di Roma giovani uomini in mutande e petto nudo costretti a vendere la propria dignità per arricchire le pappone, prometto che mi batterò perché venga istituita una giornata contro la violenza sugli uomini.
MIO MARITO NON SI SENTE UN NEMICO DEL POPOLO. Excusatio non petita, accusatio manifesta dicevano i latini. Nessun maschio, eterosessuale, marito e padre della mia famiglia si sente minacciato da una giornata come questa. Riconoscono anche loro l’importanza di promuovere una sana cultura della donna (e dell’uomo) e non hanno bisogno di negare una piaga sociale come questa per portare avanti la loro causa. Perché, insomma, diciamocelo: fare una campagna come quella di Sentinelle in Piedi e Marchesini, sarebbe come dire “basta pensare all’antisemitismo, ormai ci sono altre minoranze religiose da difendere. Chi se la prende più con gli ebrei perché sono ebrei? Nessuno!”… una figura barbina e un totale controsenso!
I GENDERFASCISTI DI BRUXELLES. Adesso, però, voglio fare l’avvocato del diavolo. Bisogna trovare il vero colpevole di tutta questa storia e, sembrerà strano, non sono i virilbigotti. Chi ha lanciato il guanto di sfida a questi ultimi sono stati proprio i genderfascisti di Bruxelles e di Strasburgo, che con le loro campagne di sensibilizzazione sui 3965 nuovi generi esistenti in cultura (ops, volevo dire “in natura”) hanno davvero stufato. Ma su questo, forse, dedicherò un altro articolo.
 
SENTINELLE, MI APPELLO A VOI! Dato che non sono così miscredente come vi ho dato a credere in questo articolo, voglio dedicarvi la citazione con cui intendo concludere questo post. L’autore potrà risultarvi molto simpatico e ortodosso, perciò cercate di tenere sempre a mente le sue parole quando vi capiterà di pubblicare certi articoli.
“Né Atene né Roma, fari di civiltà, che pure tanto lume di natura sparsero sui vincoli familiari, riuscirono, né con le alte speculazioni della filosofia, né con la sapienza delle legislazioni, ad elevare la donna all’altezza che alla sua natura si addice. Il Cristianesimo invece, primo e solo, pur non disconoscendo quei pregi esterni ed intimi, ha scoperto e coltivato nella donna missioni e uffici, che sono il vero fondamento della sua dignità e la ragione di una più genuina esaltazione. In tal guisa nuovi tipi di donna balzano e si affermano nella civiltà cristiana, come quelli di martire della religione, di santa, di apostola, di vergine, di autrice di vasti rinnovamenti, di lenitrice di tutte le umane sofferenze, di salvatrice di anime perdute, di educatrice. Man mano che maturano i nuovi bisogni sociali, anche la sua missione benefica si espande e la donna cristiana diviene, come è oggi a buon diritto, non meno che l’uomo, un fattore necessario della civiltà e del progresso” (dal Discorso di Sua Santità Pio PP. XII alle Partecipanti al Congresso dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, 24 aprile 1952)